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di Stefano Virgilio

Era prevedibile che il coronavirus avrebbe fatto crescere in modo esponenziale la propensione umana a vedere complotti ovunque. Naturalmente, la storia ha fatto e fa di tutto per renderci sospettosi, per lasciarci costantemente la sensazione che ciò che sappiamo “è il massimo che si può sapere” e che quando non si può sapere nulla, si occulta.

Ma i complotti di ultima generazione hanno una caratteristica inquietante: sono complotti impersonali, tesi da entità non meglio riconoscibili che rendono necessari solo e unicamente soggetti sottintesi: bisogna stare attenti, dicono i complottisti (e qui il soggetto c’è) perché “ci vogliono controllare”, “ci vogliono tenere a casa perché le emergenze servono”, “non vogliono che la gente sappia la verità” (e qui i soggetti sono sfumati, perché non si capisce bene “di chi” si stia parlando).

Si tratta di un ulteriore salto di qualità rispetto alla diffusa tendenza a usare invece soggetti astratti, come “il turbo-capitalismo” che tanto va di moda (“il capitalismo vuole soggetti atomizzati per poterli sfruttare meglio”). Addirittura, pare configurarsi uno scontro tra complotti o conflitti d’interesse tra le entità manipolatrici.

Essendo ingenuo, mi chiedo chi davvero ci guadagnerà a tenerci a casa facendo collassare l’economia: il turbo-capitalismo, che quindi si servirebbe di un virus per aumentare ancora di più i giri del motore, non prima però di avere affamato milioni di persone? I governi dei paesi ricchi, che però in teoria sono manipolati, sempre seguendo la stessa narrazione, dal turbo-capitalismo stesso?

Naturalmente, sono ipotesi che non si possono escludere, sempre perché abbiamo imparato che le soluzioni più incredibili possono essere quelle vere: magari, dietro un virus di apparente origine naturale si cela chissà quale longa manus speculativa. Tuttavia, qui sta il problema dei problemi: precisamente, chi devo affrontare per farmi ridare quello che mi toglieranno? Chi sono i miei nemici, chi sta tirando le fila del discorso?

Una volta almeno ci dicevano nomi, cognomi e sigle precise dei plausibili protagonisti: la Cia, i fabbricanti di armi, le multinazionali del tabacco, il Kgb (o, ancora peggio, le toghe rosse). E io almeno potevo illudermi di sapere con chi prendermela (magari non era neanche vero, ma vuoi mettere dare un volto al nemico?).

Ma se adesso o non mi mettono i soggetti (“vogliono”, “non vogliono”) o mi forniscono solo soggetti impersonali (“Il capitale”, chi è costui?) io mi sento in balia di forze misteriose e ineffabili. Se domani mi alzassi, vedessi che c’è bel tempo, e decidessi quindi di combattere il turbo-capitalismo, cosa dovrei fare, esattamente? Dovrei combattere una guerra contro… chi, o meglio “cosa”?

Viviamo, del resto, in un mondo spersonalizzato (lo disse Harari qualche anno fa: siamo capaci di creare miti e narrazioni astratte, e faceva l’esempio della Peugeot, che è un nome che una volta corrispondeva al padrone di una fabbrica, mentre oggi non corrisponde praticamente a niente di tangibile, di fisico); talmente spersonalizzato che a volte mi viene da pensare che le teorie del complotto siano frutto di un complotto dei complottisti, che “vogliono manipolarci facendoci credere che vogliono manipolarci”.

E se invece ci portassero le prove, basterebbe sospettare che siano quelle che “hanno voluto farci conoscere”, e il perverso meccanismo ricomincerebbe subito.

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