Era solo questione di tempo, e il tempo scorre veloce anche sotto quarantena: alle 16,18 di giovedì 16 aprile, Luiz Henrique Mandetta, ministro della Salute, annuncia le sue dimissioni dopo una riunione decisiva al Planalto, il palazzo della presidenza nella capitale Brasilia.

La motivazione è apparentemente tecnica: divergenza con il presidente sulla linea da mantenere riguardo alla quarantena che Mandetta ha predicato totale, con il blocco del commercio e delle attività produttive a livello nazionale. Jair Bolsonaro invece, dopo aver minimizzato il mese passato la gravità della pandemia, ha sempre sostenuto la tesi dell’isolamento “verticale” cioè limitato agli anziani e agli adulti con insufficienza respiratoria.

Il pretesto di salvaguardare l’economia brasiliana, e di evitare quindi una nuova recessione dopo le recenti riforme della previdenza sociale e quella fiscale non ancora attuata, cerca di nascondere in realtà l’insofferenza del presidente per il suo ex ministro, che in più occasioni si è permesso di contraddirlo in pubblico davanti ai microfoni dei media, i quali tra i due contendenti, spesso e volentieri hanno preferito Mandetta. Un segreto di Pulcinella, che quest’ultimo non ha mai avallato.

Brasile senza punti di riferimento

La fatidica goccia, in un vaso già stracolmo, l’ha versata proprio l’ex ministro, quando qualche giorno fa ha dichiarato che i brasiliani non sanno a chi dare retta, se al loro presidente o a lui, nel rispetto delle norme di isolamento. E in effetti, stando anche a quello che vedo in giro, la situazione è proprio questa: pur con le saracinesche dei commercianti abbassate, la gente va in giro tranquillamente, soprattutto nel Nord Est, di polizia neanche l’ombra, mentre anche nelle città più colpite dall’epidemia – che sono poi le più rappresentative del paese, São Paulo e Rio de Janeiro – meno della metà della cittadinanza rispetta la quarantena.

E ciò è anche comprensibile; in fondo proprio grazie alla capitale paulista, la più popolata, Bolsonaro ha stravinto le elezioni. Dichiarare ai quattro venti che il Re è nudo ha fatto ulteriormente imbestialire il boss, e il vaso ha debordato. Il nuovo ministro della Salute è un oncologo, Nelson Teich, consulente per il prestigioso Hospital Israelita Albert Einstein, nonché consigliere per il piano sanitario durante la campagna elettorale di Bolsonaro. In pratica, un suo uomo.

Inaspettatamente però, alla conferenza stampa, Teich ha assicurato che non ci saranno cambiamenti bruschi dopo il suo predecessore, e ciò, se da un lato conforta i sanitari, dall’altro aggiunge ancora più confusione alla cittadinanza, che nel dubbio continua a fare come prima.

E intanto i numeri scorrono impietosi: contagi raddoppiati – 30.000 a oggi – e i decessi, che una settimana fa erano circa 600, ora sono 1900, più che triplicati. Governatori e prefetti degli stati brasiliani hanno già dichiarato che continueranno ad agire in piena autonomia dal governo federale, e se lo riterranno opportuno prorogheranno la quarantena.

Lo stesso presidente del Supremo Tribunale Federale, Dias Toffoli, che con Bolsonaro ha una ruggine di vecchia data, essendo stato contestato da manifestazioni pro governo in più occasioni, si è schierato a favore dell’isolamento totale, annunciando che Stf vigilerà affinché tale autonomia sia rispettata. Ma il caos regna sovrano: mentre il governatore dello stato di São Paulo João Doria giorni fa annunciava l’estensione della quarantena fino al 22 aprile, alcuni prefetti hanno già violato le sue direttive, consentendo la riapertura delle attività commerciali.

Conclusioni (per ora)

La difesa a tutti i costi del Pil, ma soprattutto dei profitti delle imprese, non può certo mancare in Brasile, dove qualsiasi governo, progressista o conservatore che fosse, ha sempre permesso che indigeni ed ecosistemi venissero a tal fine calpestati impunemente, come dimostrano le tragedie delle dighe di Mariana e Brumadinho in Minas Gerais. E Bolsonaro continua su questa strada, mettendo sotto i piedi stavolta la salute della gente, ignorando la terribile lezione che l’Italia a sue spese ha impartito al mondo, con la strage lombarda che continua tuttora.

Eppure, se in Lombardia la Confindustria e i padroni delle fabbriche hanno dettato legge, condizionando sindaci e Regione sulla creazione di una zona rossa che avrebbe salvato tante vite, quaggiù la Confederação Nacional da Indústria – che rappresenta gli industriali brasiliani – almeno per il momento non sembra aver esercitato particolari pressioni sui politici locali.

Per cui non ci sono attenuanti: difatti alla notizia della cacciata di Mandetta, a São Paulo, Rio, Belo Horizonte, Recife, Fortaleza, Brasília, Porto Alegre, Belém, Salvador e João Pessoa, i panelaço (pentole percosse in segno di protesta) hanno ripreso la loro sinfonia, adesso al grido di Fora Bolsonaro, come prima era avvenuto contro Dilma Rousseff e successivamente contro Michel Temer. E intanto il virus va avanti, inesorabile.

(Testi e foto:@ Flavio Bacchetta Copyright)
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