Mentre contiamo ancora morti e contagiati, non è sicuramente il momento di fare polemiche, men che meno politiche. Ma la ricerca della verità è un’altra cosa. E quelle che stanno emergendo da inchieste giornalistiche e giudiziarie e dalle commissioni d’indagine regionali e ministeriali non sono semplici polemiche: sono accuse gravissime sulle quali si deve fare piena luce, senza lo scaricabarile vergognoso tra Comuni, Regioni, Governo cui stiamo assistendo in queste ore. Lo dobbiamo alle tante, troppe, vittime che forse – restiamo dubitativi – si potevano evitare.

Accuse e inchieste che riguardano tutta l’Italia, ma sono particolarmente gravi in Lombardia, la regione non solo più colpita dal virus, ma anche quella della rivendicata “eccellenza sanitaria”. Ecco perché tutti – istituzioni lombarde ma anche governo centrale – devono uscire dal rimpallo di responsabilità e rispondere, ciascuno per quanto gli compete, sulle tre bombe sanitarie: mancata zona rossa nel bergamasco, ecatombe nelle Rsa e nei centri anziani, mancato approvvigionamento di dispositivi di protezione per sanitari e cittadini.

Mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro

Con contagi antecedenti a Codogno – pare del 15 febbraio – la provincia di Bergamo potrebbe essere stata il primo vero focolaio italiano. Ma, mentre a Codogno si è chiuso tutto in meno di 24 ore, qui si sono persi giorni, settimane preziose, che hanno favorito la diffusione del virus. E questo nonostante gli allarmi lanciati anche dai sanitari, che chiesero ad esempio la chiusura del Pronto Soccorso dell’ospedale di Alzano. Invece niente: chiuso e riaperto nel giro di poche ore per “ordini superiori”, dicono alcuni dipendenti, che denunciano anche la mancata sanificazione e l’assenza di percorsi alternativi per gli infetti.

Ma la vera questione è: perché la Regione Lombardia non ha istituito subito, già il 3 marzo con l’ok del Comitato tecnico-scientifico, la zona rossa ad Alzano e Nembro, visto che ne aveva il potere? Perché aspettare il governo, giorni dopo?
Non è grave che l’assessore Giulio Gallera dica oggi: “effettivamente c’era una legge che ce lo consentiva” (infatti regioni come l’Emilia Romagna hanno creato zone rosse in piena autonomia senza aspettare il governo), “ho approfondito”? Com’è possibile che non si fosse informato prima?

Oppure lo sapeva, ma la Regione Lombardia non voleva la zona rossa nel bergamasco – uno dei distretti industriali più ricchi d’Italia, con un fatturato annuo di 850 milioni di euro – come risulta dalle sue dichiarazioni in quei giorni (28 febbraio: “Non riteniamo di gestire con zona rossa Alzano”; 29 febbraio: “Nuove zone rosse non sono all’ordine del giorno”; 1 marzo: “La situazione rimane stabile. Alzano ha un numero importante di contagi, ci stiamo lavorando, ma le zone rosse restano quelle che sono”) e da quello che ha detto il presidente di Confindustria Lombardia Bonometti al Fatto: “Nelle riunioni che abbiamo avuto con cadenza quasi quotidiana tra fine febbraio e i primi giorni di marzo, la Regione è sempre stata d’accordo con noi nel non ritenere utile, ma anzi dannosa, una eventuale zona rossa sul modello Codogno per chiudere i comuni di Alzano e Nembro”? Fontana e Gallera confermano o smentiscono?

E mentre Confindustria Bergamo realizzava il video Bergamo is running, rilanciato sui social anche dal sindaco Giorgio Gori – che, ancora il 5 marzo, twittava: “Bergamo è forte. Guai a fermarsi. Nervi saldi, seguiamo le prescrizioni, ma non c’è motivo per non uscire di casa” – il contagio si allargava.

La Regione Lombardia deve rispondere a queste domande e – soprattutto – ai famigliari delle vittime e ai sanitari che denunciano. Uno su tutti: il tecnico di una struttura Covid di Bergamo, che il 7 aprile ha scritto una lettera al Corriere della Sera usando parole inequivocabili: “Dopo Caporetto, l’intero governo e il generale Cadorna diedero le dimissioni. Mi aspetto che appena finirà l’emergenza l’intero consiglio lombardo e tutti i responsabili delle Ats rassegnino le dimissioni per quanto commesso. E badi bene che non faccio distinzione politica tra chi ha usato slogan (“Milano non si ferma”, oppure dirette Facebook decantando “riapriamo tutto”), ma accuso apertamente chi ha anteposto gli interessi economici di un territorio alla salute pubblica macchiandosi le mani della responsabilità di una simile strage. Io sono un tecnico sanitario che lavora in una struttura Covid di Bergamo. Ci chiamano eroi, ma preferisco la definizione ‘leoni per agnelli’. Vi prego di continuare a dar voce a questa vicenda perché non c’è peggior peccato che cancellare la memoria dei martiri”. Lui – non io – non merita una risposta?

Centri anziani e RSA

Altra bomba sanitaria lombarda, ma purtroppo non solo, visto che inchieste e allarmi ci sono in tutta Italia (Piemonte, Lazio…), con i primi indagati per epidemia colposa e omicidio colposo. Ma certo in Lombardia le dimensioni sono di un’ecatombe: oltre 1.800 morti da febbraio nelle Rsa lombarde, quasi la metà del totale nazionale (150 morti al Pio Albergo Trivulzio, 140 all’Istituto Don Gnocchi, e i dati sono purtroppo in aggiornamento).

E anche qui si deve chiamare in causa la Regione Lombardia (che nomina tra l’altro le direzioni sanitarie), almeno per quanto concerne la delibera dell’8 marzo con cui si chiedeva una ricognizione nelle Residenze Sanitarie Assistenziali per verificare se si potessero trasferire pazienti Covid-19 in via di miglioramento e liberare così posti negli ospedali al collasso.

Ecco la bomba: infetti portati là dove ci sono anziani – com’è noto i più esposti al virus e per di più malati cronici o immunodepressi – mentre contestualmente si riduceva il personale medico per impiegarlo negli ospedali, e chi restava in servizio non poteva proteggere se stesso e gli altri con mascherine (chi l’ha fatto è stato minacciato o licenziato).

Per non parlare dell’assenza di tamponi o percorsi alternativi, come risulterebbe da denunce e perquisizioni di questi giorni. E a chi – come l’Associazione delle Case di riposo del Bergamasco – chiedeva la chiusura degli ospizi almeno alle visite dei parenti, la Regione diceva no (l’ha detto in queste ore anche il sindaco Gori).

Vogliamo credere all’assessore Gallera, che dice che tutto si è svolto correttamente, i pazienti Covid sono stati separati dagli altri in reparti appositamente allestiti e “non c’è stata nessuna contaminazione”. Ma certo ciò che si ipotizzava all’inizio dell’epidemia a mo’ di monito – si sceglierà chi salvare e chi abbandonare al suo destino, come gli anziani nelle case di riposo – appare adesso inquietantemente verosimile. Se diventerà vero, lo decideranno le inchieste.

Approvvigionamento materiali sanitari

È fuor di dubbio che siano mancati – e manchino – tamponi, mascherine, camici per il personale sanitario (al punto che li abbiamo visti coprirsi, per proteggersi, anche con sacchetti dell’immondizia), visiere. Il Governatore Attilio Fontana ha puntato il dito: “Da Roma solo briciole”. E non abbiamo motivo, anche in questo caso, di dubitare di ritardi e inefficienze del governo centrale e dello Stato. Sicuramente ci sono stati.

Ma perché la ricca ed efficiente Lombardia non ha provveduto per tempo a fare scorte, visto che la prima circolare del Ministero della Salute che invita le strutture sanitarie ad attrezzarsi è del 22 gennaio? Perché la lettera del 4 febbraio della Fimmg della Lombardia, un sindacato dei medici di famiglia, alla Regione per chiedere un inventario dei Dpi esistenti, non ebbe risposta?

Perché aspettare Roma, se la gestione sanitaria – anche e soprattutto per gli acquisti – è regionale? Mica saranno federalisti o centralisti a seconda delle convenienze (regionalizzare il positivo e nazionalizzare le magagne), vero? Perché la Lombardia non ammette anche i propri ritardi, le mancate scorte, gli acquisti fantasma, come l’ordine di metà febbraio per 4 milioni di mascherine che si è dovuto annullare perché si è scoperto che l’azienda produttrice era inesistente? Infine, perché – se la situazione è questa – obbligare con un’ordinanza i cittadini lombardi a indossare mascherine, se non si trovano o si trovano solo a prezzi da strozzinaggio?

Con i tanti morti e i contagiati che ancora contiamo, non è il momento di polemiche politiche, di gare sciacalle tra governatori e di governatori col governo. Il problema non è il colore politico delle istituzioni, bensì la verità e la giustizia che dobbiamo alle vittime, alle vite umane che si sono perse, ai loro famigliari e ai sanitari che stanno dando se stessi, spesso a costo della vita, per combattere il mostro e salvare persone. È per tutti loro che poniamo domande ed è a tutti loro che si devono delle risposte. In attesa di quelle della magistratura. Nient’altro che la verità.

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