Se papa Francesco ha ragione, ovvero se siamo tutti nella stessa barca, allora occorre cercare di non affondare, e per farlo bisogna gettare in mare la zavorra. C’è qualcuno che pensa che la zavorra siano gli esseri umani, mentre qualcun altro ritiene che questa zavorra sia già in mare, e che se essa cercasse di salire a bordo, rovescerebbe la barca facendo annegare sia chi è già su, sia chi vorrebbe salvarsi.

Non si possono imbarcare tutti, dice la Lifeboat Ethics, l’etica della zattera, che ha avuto diverse interpretazioni, da Garrett Hardin a Onora O’Neill a Bruce Ackerman (che parlava di ‘astronave’), perché se tutti fossimo sulla stessa barca, non si salverebbe nessuno, andremmo tutti a picco.

A mio avviso, mai come in questo caso papa Francesco ha ragione. Non c’è nessuno che, per citare il poeta, con iocunda voluptas possa stare sulla riva a fare da spettatore del naufragio. Ma non è necessario neanche supporre cinismo nello spettatore: non c’è nessuno per cui sia suave stare a guardare pensando “da quali mali tu stesso sia immune”, come dice Lucrezio. Molti secoli dopo, Blaise Pascal avrebbe detto – ancora la metafora nautica – che Vous êtes embarqué. Certo Pascal parlava della scommessa sull’esistenza di Dio, e poi mettere un giansenista autore delle Provinciali con un gesuita (ché l’etica della zattera sarebbe più propria di un casista)!

Sta di fatto che nessuno può davvero chiamarsi fuori, nessuno può dirsi salvo. Se il virus ha chiaramente segnalato la necessità di un pensiero responsabile per la comunità, perché se esco io non solo mi infetto, ma rischio di infettare gli altri, esso dovrebbe insegnare altresì che le responsabilità degli Stati sono reciproche, e che non c’è nessuno che possa egoisticamente salvarsi se non fa la propria parte.

Non sembri, quest’analogia domestica, una forzatura: se cadono a picco le economie degli Stati ‘deboli’, gli Stati forti non si salveranno stavolta. Poiché la crisi colpirà tutti, non solo quelli più indebitati. E non si tratterà solo di conseguenze economiche, perché a poco più di dieci anni dalla crisi dei subprime, un’altra crisi affrontata nel modo sbagliato devasterebbe il mondo minando le basi del vivere civile.

Affrontare nel modo sbagliato la crisi significa pensare ancora nei termini egoistici delle economie nazionali, e in Europa pensare ancora alla propria bilancia commerciale contro gli Stati-cicala del Sud. E se, come tutti dicono, non siamo in guerra, non lo siamo perché nelle guerre vi sono responsabili e vittime, e alla fine le seconde chiedono il conto ai primi.

Ma chi è responsabile della crisi che causerà il coronavirus? Certo, si dirà: alcuni paesi erano nei guai già prima. Verissimo, ma la situazione attuale cambia tutto, e richiede in qualche modo di tirare una linea e ripartire. Non, ripeto, per favorire o ‘graziare’ qualcuno, ma perché “ci siamo impegnati”, ci siamo dentro tutti.

Sarà dunque il caso di lasciar perdere l’attivazione di mezzi a condizionalità sospesa (ma non cancellata) come il Mes, ma anche altri strumenti di creazione di debito. Ma digrediamo: come sapeva Walter Benjamin, la parola ‘debito’ in tedesco si dice Schuld, che vuol dire però al contempo sia debito che colpa. Essa viene da Sollen, ‘dovere’: qualcosa che va fatto, ma anche ciò che è dovuto. Ed è dovuto come riparazione a un torto: il Wergeld tedesco, il guidrigildo, ma anche la satisfactio operis. Colpa in cambio di denaro. Se c’è una colpa, essa va espiata, e nel capitalismo come religione è il credito pubblico il ‘credo’ del capitale (come dice Marx nel Capitale, cap. 24).

Ma qui non c’è la colpa: siamo tutti nella stessa barca nel senso che siamo tutti vittime, ma anche tutti responsabili di non farla affondare. E allora la soluzione possibile non è l’emissione di nuovo debito, ma la ristrutturazione dell’esistente. E non stiamo parlando della ristrutturazione condizionale targata Mes. Ma della cancellazione parziale del debito degli Stati.

Negli anni Novanta, si affermò per qualche tempo il movimento “Cancella il debito” per i paesi in via di sviluppo. Seppure in una chiave teologica legata al ‘peccato’, perfino Giovanni Paolo II nella Tertio millennio adveniente invocò il condono del debito. Ancor di più oggi ha senso pensare a questa prospettiva. Lo hanno scritto qualche giorno fa su Le Monde due economisti francesi, mentre Macron nelle stesse ore proponeva una moratoria sul debito africano. È già successo per chi aveva delle responsabilità belliche, in particolare con la Germania, non si capisce perché non possa accadere nuovamente.

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