La “memoria” del passato, che aiuta “a prendere le decisioni giuste” nel prossimo futuro. La memoria è il debito dimezzato alla Germania nel 1953, le decisioni giuste per il futuro sono quelle da prendere sui tavoli europei per combattere l’emergenza economica legata al coronavirus. È questo l’incipit scelto da sindaci e governatori italiani che hanno scritto una lettera aperta alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei maggiori quotidiani della Germania. Una missiva che si rivolge direttamente agli “amici tedeschi” e li invita a schierarsi con i “grandi Paesi dell’Ue” e non al seguito di “piccoli egoismi nazionali”. Anche perché in passato furono proprio quei grandi Paesi del Vecchio continente a dimostrare solidarietà a Berlino, che in questo modo evitò il default dopo la Seconda guerra mondiale.

Da Calenda a Toti: chi ha firmato la lettera (nessun euroscettico) – La notizia, come spesso capita con le lettere aperte, non è tanto nei contenuti del testo, ma nelle firme che compaiono alla fine. Gli autori della missiva, infatti, non sono esponenti di partiti sovranisti o cosiddetti euroscettici. Anzi, appartengono soprattutto allo schieramento di centrosinistra o a partiti di destra moderata. A scrivere alla Germania sono l’eurodeputato Carlo Calenda (Azione, gruppo S&D), seguito dagli esponenti del Pd Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, dal sindaco di Milano Beppe Sala, da quello di Bergamo Giorgio Gori, ma anche dal primo cittadino di Bologna Virginio Merola, quello di Brescia Emilio Del Bono. E poi due civici vicini alla sinistra: il sindaco di Padova, Sergio Giordani, e Francesco Italia, primo cittadino di Siracusa. Firmano la missiva pure il governatore della Liguria Giovanni Toti, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, quello di Genova Marco Bucci: sono tutti esponenti del centrodestra, ma dell’area più moderata rispetto alle posizioni anti Ue di Lega e Fdi.

“Coronabond, non è mutualizzazione di debiti pregressi” – “Cari amici tedeschi – si legge nella missiva, ripresa anche dal Corriere della Sera – con il coronavirus la storia è tornata in Occidente. Dopo trent’anni in cui l’unica cosa rilevante è stata l’economia, oggi la sfida torna ad essere, come in passato, politica, culturale e umana. La prima sfida riguarda l’esistenza stessa dell’Unione Europea. Oggi l’Unione europea non ha i mezzi per reagire alla crisi in modo unitario. E se non dimostrerà di esistere, cesserà di esistere”. Per dimostrare di esistere, continuano sindaci e governatori, l’Ue deve seguire quei “nove Stati europei (tra cui Italia, Francia, Spagna e Belgio)”, che “hanno proposto l’emissione di Eurobond per far fronte alla crisi. Non si chiede la mutualizzazione dei debiti pubblici pregressi, ma di dotare l’Unione Europea di risorse sufficienti per un grande ‘rescue plan’ europeo, sanitario, economico e sociale, gestito dalle istituzioni europee.”

“Olanda senza etica e solidarietà” – I firmatari puntano il dito contro L’Aja, la capitale che finora ha fatto da frontrunner del fronte ‘rigorista‘: “L’Olanda – scrivono ancora – capeggia un gruppo di Paesi che si oppone a questa strategia e la Germania sembra volerla seguire. L’Olanda è il paese che attraverso un regime fiscale ‘agevolato’, sta sottraendo da anni risorse fiscali da tutti i grandi paesi europei. A farne le spese sono i nostri sistemi di welfare e dunque i nostri cittadini più deboli. Quelli che oggi sono più colpiti dalla crisi. L’atteggiamento dell’Olanda è a tutti gli effetti un esempio di mancanza di etica e solidarietà. Solidarietà che molti Paesi europei vi hanno dimostrato dopo la guerra e fino alla riunificazione”.

“Vi abbiamo cancellato il debito per farvi evitare il default” – Il riferimento è ovviamente al Dopoguerra. “Il debito della Germania dopo il 1945 – ricordano – era di 29,7 miliardi di marchi di allora. La Germania non avrebbe mai potuto pagare. Nel 1953 a Londra, ventuno Paesi (tra cui Francia, Italia, Spagna e Belgio) consentirono alla Germania di dimezzare il debito e di dilazionare i pagamenti del debito restante. In questo modo, la Germania poté evitare il default“. I fatti sono ampiamente noti: otto anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa fu unita nel condonare metà dei debiti della Repubblica Federale Tedesca, cioè la Germania ovest che si vide alleggerire di circa 15 miliardi di marchi i soldi da restituire per le due guerre su un totale di circa 30 miliardi. Il resto venne spalmato su trent’anni. Tra i creditori c’erano anche Roma e Atene, ma pure Parigi, Madrid, Londra, Washington e Ginevra. Oltre a privati e aziende, banche incluse. Dall’altra parte del muro, invece, i russi che controllavano Berlino est e pretesero la restituzione integrale del loro credito. È stato così che la Germania ovest si è liberata del debito prebellico che rappresentava un quarto del reddito nazionale e ha potuto avviare la ricostruzione, diventando poi locomotiva del Paese dopo la riunificazione con la parte orientale.

“Memoria aiuta a prendere decisioni giuste” – Oggi, a rapporti di forza completamente invertiti, gli amministratori locali italiani rivendicano quella scelta, in questi giorni di delicate trattative con Bruxelles. “Di quella decisione dell’Italia – proseguono – siamo ancora oggi convinti e orgogliosi. Lo ripetiamo: in questo caso, con gli ”Eurobond’’ dedicati al Coronavirus, non si cancelleranno o mutualizzeranno i debiti pregressi”. Insomma: l’invito ai tedeschi è di ricordarsi come sono sopravvissuti alle difficoltà nei momenti più difficili. “Cari amici tedeschi, la memoria aiuta a prendere le decisioni giuste. Il vostro posto è con i grandi paesi europei. Il vostro posto è con l’Europa delle Istituzioni, dei valori di libertà e solidarietà. Non al seguito di piccoli egoismi nazionali. Dimostriamo insieme che l’Europa è più forte di chi la vuole debole”.

Da Prodi a Mattarella, i messaggi a Bruxelles – La missiva di sindaci e amministratori, tutti di area di centrosinistra e centrodestra (comunque non euroscettica), arriva solo due giorni che a esprimersi in maniera critica sulle condotte di Germania e Olanda è stato uno dei padri fondatori dell’Unione europea: Romano Prodi.“Il virus è come la guerra. Esiste una diffusa idea che la solidarietà europea finisca per aiutare soprattutto gli altri, ma gli olandesi devono capire: se succede una grande crisi a chi vendono i loro tulipani?”, aveva detto l’ex premier ed ex presidente della commissione Ue, rimproverando a Bruxelles di non avere “ una strategia per il futuro”. Le parole di Prodi, peraltro, erano arrivate dopo che persino il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva irritualmente lanciato un monito all’Unione. Anzi due: il primo – contenuto in una nota di proche righe – dopo le parole disastrose di Christine Lagarde, quando aveva invitato l’Ue a “essere solidare” e a non “ostacolare l’Italia”. Il secondo poche ore dopo che il consiglio dei leader europei non era riuscito a trovare un accordo su come combattere l’emergenza italiana: “In Europa – ha detto il capo dello Stato – comprendano la gravità prima che sia troppo tardi”. Oggi ecco la missiva degli amministratori locali pubblicata da uno dei più noti quotidiani di Germania.

Memoriale Coronavirus

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