“Una puntata d’azzardo giocata sulla salute pubblica”, la definisce il giudice per le indagini preliminari Valerio Savio. È quella fatta, secondo il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo e il pm Alberto Pioletti, da Antonello Ieffi, imprenditore di 42 anni con condanne non definitive e precedenti di polizia (leggi il ritratto), utilizzando una società agricola – una ‘scatola vuota’, senza dipendenti e sostanzialmente inattiva – per riuscire ad aggiudicarsi una gara bandita da Consip finalizzata alla fornitura di 24 milioni di mascherine. Ci era riuscito, assicurandosi la possibilità di intascare 15,8 milioni di euro, ed era pronto a trovare il modo di piazzare il bis su un’altra gara multi-milionaria. Un “silenzio operativo” quello della società che “si aggiudica con frode la fornitura che poi non riesce ad assicurare, con lesione della libertà della concorrenza e causando un danno grave alla salute pubblica, avendo fatto perdere giorni preziosi nella acquisizione delle oggi indispensabili mascherine”.

“In tempi di guerra, ci siamo lo stesso” – “Ci troviamo in tempi di guerra… in tempi di guerra, ma noi ci siamo lo stesso… vedi?”, diceva Ieffi intercettato il cui profilo viene definito “poliedrico” per la quantità di cariche in diverse società. Ma Consip ha fatto un esposto in procura e, dopo un’indagine-lampo, la Guardia di finanza lo ha arrestato su ordine del gip del Tribunale di Roma con le accuse di turbativa d’asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture. Perché, sostengono gli investigatori, quelle mascherine, che in parte dovevano essere disponibili dopo 3 giorni secondo il contratto, non sarebbero mai arrivate negli ospedali impegnati nella lotta al coronavirus.

L’aggiudicazione e i problemi con l’arrivo – Ieffi era riuscito a vincere il lotto da quasi 16 milioni di euro della prima prima gara bandita da Consip a metà marzo per l’acquisto e la fornitura di dispositivi di protezione individuale e di apparecchiature sanitarie per un valore complessivo di 258 milioni. Lo aveva fatto attraverso la Biocrea, una società agricola, che si impegnava, tra l’altro, alla consegna dei primi 3 milioni di mascherine entro 3 giorni dall’ordine. Sin dai primi contatti con Consip, finalizzati all’avvio della fornitura, però, Ieffi, che interloquiva per conto dell’impresa sebbene non risultasse nella compagine societaria, “lamentava l’esistenza di problematiche organizzative relative al volo di trasferimento della merce”, che diceva essere disponibile in Cina. Motivo per cui, come segnalato dal Consip, aveva anche inviato una mail “sgrammaticata” al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, “con la quale chiedeva un aiuto per la soluzione” nell’importazione dalla Cina, via Seul, fino all’aeroporto di Milano Malpensa. Anche se sul punto non esistono riscontri. Nell’ordinanza si citano tentativi di raggiungere “autorità politiche”, ma il riferimento è vago.

L’ispezione a Guangzhou: il carico non c’è – “Permanendo l’inadempimento alla data di scadenza prevista nel contratto per la prima consegna di mascherine, attraverso la collaborazione dell’Agenzia delle Dogane, veniva effettuata presso l’aeroporto cinese di Guangzhou Baiyun un’ispezione”, spiegano i finanzieri del Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria. E durante i controlli, ecco la scoperta: il carico dichiarato era inesistente. E i baschi verdi hanno scoperto che a carico di Biocrea esistono anche “pregresse posizioni debitorie per violazioni tributarie, per oltre 150mila euro nei confronti dell’Erario” che non erano state “dichiarate in sede di procedura dalla società” che, anzi, “aveva invece falsamente attestato l’insussistenza di qualsiasi causa di esclusione”. Insomma, la società non avrebbe potuto neanche prendere parte al bando. “Ad evidenziare la capacità a delinquere non è la ricerca del profitto personale – ragiona il giudice – ma l’avere perseguito il profitto con una azione tanto veloce e pronta a cogliere l’occasione quanto spregiudicata e temeraria, tentando una operazione tutta da costruire, facendo quanto serve, anche di illecito, per ottenere intanto l’aggiudicazione della fornitura”. Del resto se la società vantava una sede legale, addirittura in via Monte Napoleone 8 a Milano, quella indicata come operativa in provincia di Frosinone neanche esisteva.

La Biocrea ‘scatola vuota’ e la prestanome – Il quadro accusatorio, rinforzato da intercettazioni telefoniche, ha permesso di ricostruire come Ieffi, che ha condanne non definitive e precedenti di polizia, che avrebbero potuto inficiare la partecipazione alla gara, “abbia cercato di dissimulare la riconducibilità a sé della Biocrea – pur rimanendone l’esclusivo dominus – nominando come amministratore, in concomitanza con la pubblicazione del bando, un mero prestanome”, ricostruiscono gli investigatori. Mentre era ascoltato dai finanzieri, infatti, Ieffi dice: “L’azienda con la quale ho aggiudicato io si chiama Biocrea no? La mia azienda”. Una frase che, secondo gli inquirenti, è inequivocabile. Come un indizio viene ritenuto il curriculum manageriale inesistente della prestanome, una donna calabrese di 40 anni, Stefania Emilia Verduci, indagata per gli stessi reati. Non solo. I finanzieri ritengono di aver accertato come la Biocrea – che in teoria dovrebbe occuparsi di tutt’altro, dalla coltivazione di fondi all’allevamento di animali – fosse una “scatola vuota” “caratterizzata da un vero e proprio stato di inoperatività, sintomatica della originaria e assoluta inidoneità della stessa, per totale assenza di dipendenti, strutture, mezzi e capitali, a far fronte” alla fornitura.

“Una puntata d’azzardo sulla salute pubblica” – Per questo nell’ordinanza di custodia cautelare, il giudice per le indagini preliminari definisce “una puntata d’azzardo”, “una manovra spregiudicata” quella di Ieffi, “giocata sulla salute pubblica e su quella individuale di chi attendeva, e attende, le mascherine, che bene rende la capacità a delinquere del soggetto”. E, nonostante il tentativo non sia andato a buon fine, Ieffi “si è immediatamente riorganizzato per provare ad aggiudicarsi un altro appalto pubblico” da oltre 73 milioni di euro “questa volta relativo alla fornitura di guanti, occhiali protettivi, tute di protezione, camici e soluzioni igienizzanti”, utilizzando altro soggetto giuridico, essendo la Biocrea ormai “bruciata”.

Il tentato bis: “Troviamo uno senza precedenti” – La nuova società – Dental Express 24H – presentava, però, sottolineano i finanzieri, “una inesistente capacità economica” come la precedente e “in aggiunta, un socio e membro del consiglio di amministrazione risultava gravato da precedenti penali”. Motivo per cui veniva esclusa dalla gara. Ma Ieffi, secondo quanto ricostruito dalla procura di Roma, si stava adoperando per far figurare che l’uomo era uscito dalla compagine prima del bando così da poter ricorrere alla giustizia amministrativa e tornare in corsa per l’aggiudicazione dell’appalto. Spiegava a un socio: “Cioè…su di me… mi hanno fatto i raggi X…. Eee… se entra un altro che magari… dobbiamo sta tranquilli che non c’abbia neanche un carico vecchio, figurati… guarda… vanno indietro…”.

“Mi sono messo in mezzo… ci sono 16 milioni di margine” – E al presidente del consiglio di amministrazione della Dental Express 24H diceva: “Io importo da anni il fotovoltaico dalla Cina…quando c’è stata l’emergenza, ho chiamato le ditte giù per dire, ma avete le mascherine, sta roba… mi sono messo in mezzo a questa cosa qua… perché intanto fai del bene… è una emergenza. (…) So numeri esageratamente grandi… Io ho detto, perché non ci proviamo?”. Però l’idea di fondo, al di là del ‘fare del bene’, dall’intercettazione pare chiara: fare soldi. “Se ce la fanno a quel prezzo, noi dovremmo avere circa sedici milioni in più, di margine…”, un “un margine alto” calcolava Ieffi. I magistrati lo hanno fermato, ma la macchina era già in moto.

Misura cautelare a tempo proprio a causa dell’epidemia – La misura cautelare per Ieffi avrà efficacia fino al 20 maggio: “A tale decisione portano non solo la natura degli atti di indagine che appaiono da compiersi ma anche – scrive il giudice per le indagini preliminari – l’attuale situazione di emergenza epidemiologica“. Per il giudice è necessaria “una valutazione di contemperamento tra l’esigenza di cautelare e l’esigenze di tutela del diritto alla salute del singolo detenuto. L’eccezionale emergenza coronavirus non può non costituire un elemento valutativo nell’interpretazione ed applicazione di tutti gli istituti normativi vigenti, e tanto più nell’interpretazione degli istituti che integrano un meccanismo (anche) di difesa sociale quale il processo penale”.

Ma il giudice scrive anche che non ha potuto valutare i domiciliari considerando Ieffi “capace di atti e comportamenti estremamente pericolosi per la collettività” e valutando la sua possibilità di “lavorare da remoto” (ed è lo stesso imprenditore che in una intercettazione dice di “lavorare in smart working”). Senza contare di aver dimostrato di essere in grado di infiltrarsi in una “procedura percorsa sin dal suo inizio, come non poteva non essere, da una ratio assolutamente ed eccezionalmente emergenziale, derivante dal dramma collettivo già in corso in Italia e nel mondo in quei giorni e tuttora perdurante, che impone quotidianamente a tutte le istituzioni pubbliche di non perdere neanche un giorno nel cercare di prevenire e curare il contagio da virus denominato Covid 19″. Ma “giorni preziosi” invece sono stati persi nonostante come lo stesso Ieffi ricordi “siamo in tempi di guerra”.

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