Sempre meno timidamente si affacciano anche nel governo ipotesi di “commissari straordinari” per “rilanciare cantieri” e “far partire le grandi opere”, individuati come motore della ripresa economica dopo l’epidemia. Come se non fossero servite le tristi esperienze del passato (e del presente), tutte condite da “privato è bello”, “attiviamo investimenti privati e i soldi dello Stato sono un moltiplicatore” e così via. L’Italia ha bisogno di tante opere di media e piccola stazza, dalla manutenzione del territorio, a scuole accoglienti e sicure, e poi di infrastrutture materiali ad alto contenuto tecnologico, a cominciare dalle reti per la trasmissione dei dati e dei servizi “virtuali” che servono come il pane all’economia materiale, oltre che allo sviluppo sociale e culturale.

A meno che non si voglia consegnare le chiavi della ripartenza alle mafie – arrivano segnali e allarmi sulla loro capacità di riconversione già nella gestione dell’emergenza –, è necessario evitare di ripetere errori che abbiamo e stiamo pagando cari. Magari a favore di procedure e quadri di responsabilità un po’ più trasparenti, celeri quanto basta e lineari, così da evitare il ricorso continuo a procedure straordinarie, tutte lacerazioni al tessuto sociale ed economico difficili da ricucire. Ogni strappo, ogni eccezionalità, ogni deroga è una mina alla ripartenza italiana.

Stupisce perciò che sia stato accantonato un potente strumento di assistenza, progettazione, gestione e controllo di opere pubbliche, la cui istituzione era prevista nella Finanziaria 2019 (art.1 commi 162-170). Proprio la “ripartenza” avrebbe potuto essere un bel banco di prova di un’idea molto “europea” sebbene invisa alle corporazioni di casa nostra. Si tratta della “Struttura di progettazione delle opere pubbliche”, rilasciata per “contribuire alla progettazione degli interventi di realizzazione e manutenzione, ordinaria e straordinaria, di edifici e beni pubblici, anche in relazione all’edilizia statale, scolastica, universitaria, sanitaria e carceraria”.

Per la sua istituzione il governo ottenne dal Parlamento la delega ad emanare, entro i 30 giorni successivi (dunque, gennaio 2019), un D.P.C.M. che ne regolasse il funzionamento e avviasse le procedure per l’assunzione del personale necessario ad avviare il tutto: 100 milioni l’anno per 15 dirigenti al massimo e 210 tecnici, di cui 120 da assegnare agli uffici provinciali della nascente Struttura. Così tutti gli Enti, dal più piccolo comune in su, con una convenzione avrebbero trovato una struttura pubblica per il “montaggio” delle opere previste, non solo dal punto di vista tecnico progettuale, ma anche nella ricerca di finanziamenti e di partner per il cofinanziamento quando serve. E poi gare di progettazione, procedure di valutazione, gestione dei cantieri e piani economico-finanziari. Tutte attività che gli stessi Enti per la maggior parte delle volte assegnano a professionisti esterni retribuiti sulla base delle parcelle assentite dagli Ordini professionali.

Opposizione durissima, fin dal gennaio 2019, da parte dell’OICE (Associazione delle società di ingegneria e architettura) e della RPT (Rete delle professioni tecniche): “In un periodo in cui i liberi professionisti stanno coraggiosamente lottando per affrontare e superare la crisi del settore dei lavori pubblici accentrare tutti i compiti inerenti alla progettazione di un’opera pubblica in un soggetto creato dal nulla è una vera e propria retromarcia”. La chiusura corporativa delle associazioni dei professionisti si comprende, l’attività della Struttura farebbe loro concorrenza soprattutto nella capacità di reperimento di finanziamenti utili a portare a compimento l’opera. In realtà, la Struttura potrebbe costituire un forte rilancio professionale proprio per i “piccoli”, quelli che non stanno nei grandi studi di progettazione o nelle cordate della politica italiana, tanto forti anche a livello locale e sempre in movimento nei rodati meccanismi degli incarichi.

Il governo, tuttavia andò avanti per la sua strada tanto che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a fronte di specifica domanda nel corso di una conferenza stampa del 9 aprile di un anno fa, annunciava che il decreto apposito era in dirittura d’arrivo. Sempre in quell’occasione annunciava le prime 100 assunzioni (ingegneri e progettisti). Dopo allora, più nulla. Fino alla Finanziaria 2020: i 100 milioni previsti nel 2019 per l’avvio della Struttura sono diventati solo 5 milioni, praticamente niente. Per il biennio 2020/2021 sono stati azzerati. Scomparso il D.P.C.M., soldi destinati ad altro.

Risultato: il cosiddetto “ritorno alla normalità”, passata la fase acuta dell’epidemia, potrebbe tradursi per davvero in un ritorno al passato, usi e costumi compresi. Quello delle opere inutili, dal costo lievitante, dalle tempistiche aleatorie, dei contenziosi costosi e infiniti. Nell’intervista ad “Accordi & Disaccordi” (Nove) del 1 aprile, il presidente Conte ha garantito che “le semplificazioni saranno accompagnate da forti presidi di legalità e controllo”. Quale occasione migliore per mettere in piedi la Struttura – proposta dal governo, votata un anno fa dalle Camere su proposta del governo – e troppo frettolosamente accantonata?

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