Venticinque istituti penitenziari di tutta Italia per un totale di circa 10mila mascherine chirurgiche al giorno. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus, le carceri italiane hanno fatto notizia solo per le rivolte interne, ma negli ultimi giorni, in realtà, proprio in molti istituti sparsi su tutto il territorio nazionale è iniziata la produzione autonoma di mascherine di cui c’è grande bisogno nelle strutture sanitarie, nei luoghi di lavoro tutt’ora aperti e nelle stesse carceri. Il progetto del Dipartimento dell’Amministrazione Giudiziaria (Dap) del Ministero della Giustizia ha ottenuto il via libera dell’Istituto Superiore di Sanità: i 25 laboratori sartoriali nelle carceri di tutta Italia – da quelli delle zone più colpite di Bergamo, San Vittore e Opera passando per Massa, Volterra e Orvieto fino a Rebibbia, Lecce e Siracusa – hanno iniziato a produrre le mascherine chirurgiche “in tessuto non tessuto”, ovvero composti da due o tre strati di poliestere e polipropilene.

Dopo le richieste di maggiori protezioni per i detenuti, nel question time di mercoledì pomeriggio alla Camera, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha assicurato che negli istituti penitenziari sono già arrivate 200mila mascherine e 768.889 guanti per metterli in sicurezza, mentre la capacità giornaliera di mascherine prodotte è di circa 8mila al giorno che “potranno rappresentare un evidente incremento della dotazione”. Alcuni istituti sono già partiti e hanno già distribuito le mascherine, altri inizieranno la produzione nei prossimi giorni.

Il prototipo e la prima produzione a Massa – Il prototipo di mascherina, di cui è già stato prodotto un primo lotto, arriva dall’istituto penitenziario di Massa (circa 200 detenuti) che, in seguito all’autorizzazione dell’Asl, ha convertito il proprio laboratorio sartoriale dalla produzione di federe e lenzuola alle mascherine chirurgiche. Il primo stock ha riguardato circa un migliaio di mascherine che, a pieno regime, diventeranno circa 5mila al giorno, distribuite a detenuti e agenti penitenziari interni, ma anche alle strutture ospedaliere e alle Rsa della Asl Toscana Nord-Ovest con cui è stato firmato un protocollo. “La collaborazione tra istituzioni è sempre importante e determinante per una buona gestione del bene comune – spiega il direttore generale della Asl, Maria Letizia Casani –, ma lo è ancor di più in momenti di difficoltà e di emergenza”.

Un’iniziativa fortemente voluta dalla direttrice del carcere di Massa, Maria Cristina Bigi: “L’idea è nata dal crescente bisogno di protezione e fabbisogno di mascherine all’interno carcere – spiega al fattoquotidiano.it – e ci tengo a precisare che il lavoro dei detenuti non è solo una auto produzione per i dipendenti del carcere, ma le mascherine vengono distribuite anche nelle strutture sanitarie della provincia che hanno bisogno. Credo sia un bel modo attraverso cui i detenuti possono rendersi utili in un momento così difficile”.

“Le mascherine servono agli agenti penitenziari” – Tra i penitenziari che hanno già iniziato a produrre mascherine ci sono quelli campani di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere e Salerno, il carcere “Mammagialla” di Viterbo e quello di Sulmona (L’Aquila). Molti di questi lo stanno facendo per uso interno, tra cui il carcere Orvieto che inizierà nei prossimi giorni: “Avevamo già un laboratorio di tappezzeria che è stato convertito per produrre mascherine – racconta la direttrice del carcere umbro, Chiara Pellegrini – Il carcere è un luogo chiuso che, in quanto tale, protegge i detenuti, ma solo in parte perché noi operatori accediamo dall’esterno. Quindi servono mascherine più agli operatori penitenziari che ai detenuti, che possono indossarle quando c’è un caso sospetto o di contagio. La salute nelle nostre carceri è un principio fondamentale che va garantito quotidianamente”.

Twitter: @salvini_giacomo

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