West side story, la mia magnifica ossessione”. Steven Spielberg c’è sempre. Non molla un colpo. I suoi progetti, i suoi desideri, i suoi “voglini” realizzativi rasentano spesso il sublime. Su Vanity Fair sono uscite le prime foto e le prime dichiarazioni su quella che a dicembre 2020, Coronavirus permettendo, vedremo nelle sale come la sua versione del musical, pardon remake, di West Side Story.

Premesso che Robert Wise (alla regia dell’originale con Jerome Robbins concentrato sui passi di danza) è uno dei registi più sottovalutati e ingiustamente non calcolati, nemmeno dagli allora aspiratutto Cahiers, della storia del cinema, il film del 1961 non aveva certo bisogno di qualsivoglia rivisitazione. Anche perché come spiegano in ogni salsa le riviste statunitensi, partitura (Leonard Bernstein) e coreografie originali si possono ritrovare in ogni sperduto palco di college o teatro in ogni angolo d’America. Eppure sbirciando tra gli scatti di scena il remake spielberghiano suscita davvero tanta curiosità. “Mia mamma era una pianista classica. Tutta la nostra casa è stata addobbata con album di musica classica e sono cresciuto circondato dalla musica classica. Mentre West Side Story è stato in realtà il primo pezzo di musica popolare che la nostra famiglia abbia mai lasciato entrare in casa”, ha raccontato Spielberg. “Insomma da bambino me ne sono innamorato perdutamente“.

West Side Story è stata quella tentazione ossessiva a cui ho finalmente ceduto”. Jets versus Sharks. Gang di centroamericani contro gang di wasp. Natalie Wood che fa la portoricana in vestaglia sulle scale di servizio. Dieci Oscar calati come una valanga. Cinque minuti di opening title con Saul Bass a colorare e disvelare Manhattan. Un vorticoso mulinare di classicità coreografica con una regia magniloquente in 70mm. West Side Story è uno di quei titoli documento/monumento del cinema che solo ad avvicinarti rischi di rimanere fulminato. “Questa storia non è solo un prodotto del suo tempo, ma quel tempo è tornato e lo ha fatto con una specie di furia sociale”, ha proseguito il regista di ET. “Volevo davvero raccontare quell’esperienza “nuyrican” (una crasi tra portoricana e newyorchese ndr) che riguarda in fondo la migrazione in questo paese e della lotta per guadagnarsi da vivere, avere dei figli e lottare contro gli ostacoli della xenofobia e dei pregiudizi razziali”.

In mezzo ad una tale ipersaturazione di colori caldi dell’originale (Daniel Fapp) Spielberg ha affidato il comparto cromatico al fido Janusz Kaminski, un direttore della fotografia a cui piace illuminare la scena con una palette più bianco cristallina che sovraccarica e sparata, ed ha assicurato che ci sarà grande realismo nella storia (Tony Kushner di Lincoln e Monaco allo script) e soprattutto un casting realmente ispanico-portoricano. Insomma non si vedranno come nel film di Wise degli attori bianchi con il lucido da scarpe marrone in viso per sembrare immigrati.

Il ruolo di Maria che fu di Natalie Wood è stato affidato alla 17enne di origine colombiana Rachel Zegler, mentre l’attore protagonista di Baby Driver, Ansel Elgort, interpreterà Tony (in originale nel ruolo che fu di Richard Beymer). Nel cast tornerà anche Rita Moreno. Produce la 20th Century Fox. Per Spielberg sarà il 34esimo film da regista in attesa del 35esimo progetto, The kidnapping di Edgardo Mortara, che sembra essere tornato in pre-produzione.

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