La macchina degli ospedali italiani si è messa in moto per affrontare l’emergenza coronavirus. Una prova annunciata, ma per la quale ci si è cominciati ad attrezzare davvero solo da venerdì 21 febbraio. Dalla scoperta del paziente uno di Codogno, nel Lodigiano, è iniziata la corsa e i protocolli ufficiali sono cambiati drasticamente. Le prime problematiche? La totale novità della situazione da affrontare che ha portato a comunicazioni confuse; la forte necessità di mascherine e tamponi (a cui si sta sopperendo in queste ore); l’urgenza di gestire casi sospetti tutelando gli altri pazienti. Nelle scorse ore è scoppiata la polemica politica: il premier Giuseppe Conte ha parlato di “protocollo non rispettato” in provincia di Lodi che ha causato i contagi, provocando la reazione del presidente della Regione Attilio Fontana che ha difeso i suoi operatori. Ma che le falle ci siano state lo conferma chi lavora in prima linea e ora chiede si intervenga in fretta. “Gli operatori sanitari non possono essere messi in pericolo“, spiega il segretario del sindacato Anaao-Assomed Carlo Palermo, “perché vuol dire mettere in pericolo la salute di tutti. Il fatto che siano stati chiusi l’ospedale di Codogno, quello di Schiavonia e che ci sia stato un dermatologo del Policlinico di Milano contagiato, significa che la fase ospedaliera non è stata curata abbastanza: nei reparti sono entrati soggetti infettati. Adesso è urgente rendersi conto degli errori fatti perché tutte le Regioni si facciano trovare preparate”. Inoltre, “ci sono arrivate segnalazioni dai nostri iscritti di mancanza dei cosiddetti ‘dispositivi di protezione individuale’, quindi: mascherine, occhiali, sovra-camici e guanti. Impossibile fornire numeri precisi, ma il solo fatto che il virus abbiamo infettato gli ospedali testimonia che le denunce erano fondate”. Proprio partendo da queste segnalazioni, le Regioni si stanno organizzando garantendo che i “rifornimenti sono in arrivo”.

L’invito è: evitare gli allarmismi di fronte a un sistema che si sta muovendo, ma rendersi conto di cosa non ha funzionato. “Fino a venerdì scorso non ci saremmo aspettati una situazione simile”, racconta a ilfattoquotidiano.it un medico del pronto soccorso del Nord che vuole restare anonimo. “Ora dobbiamo recuperare il tempo perso e farlo in fretta”. Una versione confermata da una dottoressa che lavora in un altro polo delle zone in cui è concentrata l’emergenza di queste ore: “E’ un momento delicato e abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Le persone devono capire che ogni misura di prevenzione viene presa per limitare i contagi e rendere efficace il nostro intervento”. Serve “senso civico”: “C’è chi ci ha sottratto le mascherine in reparto”, ammette. “O chi si lamenta della riduzione dell’orario di visita”. La preoccupazione è per chi lavora in prima linea e perché il caso Codogno, con un intero ospedale chiuso in un’area di focolaio, non si ripeta. Lì, come confermato in queste ore, c’è personale sanitario bloccato da cinque giorni che non può lasciare la struttura. E proprio quelli sono gli errori che il sistema non può più permettersi di commettere.

I posti letto – Il sistema sanitario si prepara a una delle prove più difficili. Come riferito dal Quotidiano sanità, in Italia ci sono 3 posti letto ogni 1000 abitanti. La media europea è di 5 su 1000: in Germania sono 8 su 1000, in Austria 7, in Francia 5. “Il problema è che il Servizio sanitario nazionale è stato il bancomat delle Regioni”, attacca Carlo Palermo, segretario del principale sindacato dei medici ospedalieri, “e in dieci anni nel nostro Paese sono stati tagliati 70mila posti letto”. L’esercito, per far fronte all’emergenza, ha messo a disposizione 3mila e 412 posti, mentre l’Aeronautica ne potrebbe dare 1750. “Al momento la casistica è relativamente limitata, ma bisogna prepararsi all’eventualità che servano molte più forze in campo”. Un attenzione particolare serve per la terapia intensiva che, al momento, si prevede possa servire a un 5 per cento dei casi. Secondo il Quotidiano sanità, che riporta dati dell’anno 2017, i reparti “direttamente collegati all’area dell’emergenza”, contano 5mila e 90 posti letto di terapia intensiva (8,42 per 100mila abitanti) e 1129 di terapia intensiva neonatale. A proposito, nelle scorse ore, si è espresso anche l’assessore della Lombardia Giulio Gallera: “Noi ad oggi abbiamo 900 posti nelle rianimazioni e siamo al lavoro per crearne di altri”, ha detto.

Il personale sanitario – Secondo l’Anaao-Assomed, “servono risorse aggiuntive di personale”. “Negli ultimi dieci anni”, continua il segretario del sindacato Palermo, “si sono persi 50mila operatori sanitari, di cui 10mila medici. Dobbiamo ribadire l’importanza del servizio sanitario nazionale e chiedere che si torni a investire nella sanità del nostro Paese”. In queste ore, nelle zone cosiddette rosse dell’emergenza, sono stati lasciati a casa tutti gli specializzandi che in molti casi fornivano sostegno diretto all’attività degli ospedali. “Pur evitando gli atteggiamenti isterici, dobbiamo dire che è necessario aumentare il personale. Perché se dovessero crescere i contagi, serviranno più addetti nei laboratori, nel settore diagnostico e nei reparti. Apprezziamo molto lo spirito di sacrificio dei nostri operatori, ma questa volta più che mai non può bastare”.

Il pre-triage e la gestione dei casi sospetti – Le preoccupazione principale è cercare di evitare situazioni come quella degli ospedali di Codogno e Schiavonia, con intere strutture da chiudere perché infette, o come il Policlinico di Milano dove si è dovuto bloccare un reparto. “In quelle circostanze è stata gestita male la fase ospedaliera”, commenta Palermo. “Significa che il pre-triage (il controllo all’ingresso ndr) non è riuscito a individuare per tempo i casi e si è intervenuti troppo tardi. E’ fondamentale che siano predisposti dei percorsi separati per chi viene ritenuto infetto”. Dopo il paziente uno di Codogno, gli ospedali hanno cambiato alcune procedure. Ad esempio l’ospedale San Giovanni Bosco di Torino e quello di Cremona hanno allestito delle tende all’esterno delle strutture: lì, alla presenza di un infermiere e un medico, i pazienti vengono sottoposti a un questionario e si fa una prima scrematura. In altre strutture è il medico del pronto soccorso che individua il caso sospetto, lo isola in una stanza e aspetta l’arrivo dell’infettivologo. Un’altra attenzione particolare è rivolta agli ingressi esterni: se Codogno è chiuso al pubblico, Cremona ha lasciato un ingresso solo per le urgenze. Mentre, ad esempio, un ospedale come quello di Ferrara, a metà tra zone particolarmente colpite e ancora senza casi di contagio, si attiene alle disposizioni dell’Emilia-Romagna e ha chiesto che ogni paziente limiti le visite a un solo paziente al giorno. Insomma, le procedure almeno negli ospedali del Nord sono iniziate. Il fatto, contestano alcuni, è che siano partite in ritardo.

Il racconto degli operatori in prima linea – Sono ore molto complesse per chi lavora negli ospedali. “La verità è che non ci si aspettava che le cose andassero così”, racconta un medico che lavora in un pronto soccorso delle Regioni rosse. “Fino alla settimana scorsa avevamo protocolli molto generici. Basta immaginare che all’inizio ci chiedevano di bloccare solo chi veniva da Wuhan. E nemmeno da tutta la Cina”. Ora le cose sono cambiate: sono considerati “pazienti sospetti” tutti coloro che sono stati in Cina, hanno avuto contatti con qualcuno che è stato in Cina o sono stati nelle zone rosse italiane. “Però ormai tutti i casi con tosse e febbre vengono valutati con attenzione”. In queste ore, le segnalazioni che arrivano da vari pronto soccorso del Nord testimoniano un forte calo di accessi per le patologie minori, anche se rimane chi, nonostante l’indicazione di restare in casa e chiamare il 112 se si hanno sintomi sospetti, si presenta in ospedale. “Per questo noi operatori dobbiamo essere attrezzati”, continua il medico. “In queste ore abbiamo fatto fatica con le poche mascherine e i sovra-camici di cui ci avevano dotato. In alcuni casi abbiamo dovuto fare senza”. Una testimonianza simile a quella di una dottoressa, che anche lei chiede l’anonimato, e che lavora in un altro polo delle zone colpite dall’emergenza: “Il clima è un po’ teso. Basti pensare che c’è stato qualcuno, tra i pazienti, che ci ha rubato le mascherine. Le abbiamo dovute mettere sotto chiave”. Ma, chiude, “mi auguro che sia dovuto a questi primi momenti di confusione. Servirebbe un po’ più di senso civico per darci una mano gli uni con gli altri. La nostra priorità è tutelare le fasce più deboli e fare in modo che il sistema possa prendersi cura di tutti i pazienti”.

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