di Giuliano Checchi

Il 29 marzo si terrà il referendum costituzionale sulla legge che taglia i seggi alla Camera e al Senato: se gli elettori si esprimeranno a favore, il loro numero complessivo calerà da 945 a 600. Indubbiamente, chi vuole entrare (o restare) in Parlamento è preoccupato, perché la nuova legge riduce significativamente le sue possibilità.

Ad ogni modo, l’unico vero argomento finora esposto da chi si dice contrario è che il taglio finirebbe per penalizzare la rappresentanza dei cittadini in Parlamento. E’ un’obiezione anche comprensibile, se proviene da persone che hanno scarsa dimestichezza e conoscenza dei meccanismi elettorali. Ma quando invece viene fatta da chi, certe dinamiche, le conosce alla perfezione, diventa forte il sospetto di malafede.

Fino all’inizio degli anni Novanta, con il sistema elettorale proporzionale, che prevedeva le preferenze e nessuna soglia di sbarramento, l’alto numero di membri del Parlamento incideva in modo significativo sulla rappresentatività: bastavano circa 80.000 cittadini ad eleggere un deputato. Ma nel sistema elettorale di oggi – che non è interamente proporzionale, prevede lo sbarramento al 3% e non fa esprimere preferenze – serve ad un partito non meno di un milione di voti per mandare eletti Parlamento. Eletti che non sono scelti dai cittadini, ma dal partito.

Oggi, contrariamente a quanto avveniva ieri, un gruppo di 500.000 persone non ha comunque la possibilità di eleggere alcun rappresentante. Certo, a meno che non si tolgano le soglie di sbarramento e si riammettano le preferenze. Ma su questo tutti si guardano bene da farne il minimo cenno.

E allora – stando così le cose – che differenza fa che i parlamentari siano 945 o 600? Soltanto la quantità di poltrone a disposizione dei partiti maggiori, perché ad essere eletti sarebbero soltanto i candidati dei partiti maggiori. Le minoranze non sarebbero adeguatamente rappresentate, neanche se i seggi a disposizione fossero 2.000.

Chi adesso si straccia le vesti per la rappresentatività, il pluralismo e la democrazia, perché non si è fatto scrupoli, a suo tempo, ad introdurre premi di maggioranza e soglie di sbarramento? Forse perché aveva la possibilità di accontentare clientele più ampie? Fin troppo facile ricorrere alla comoda scusa che un sistema elettorale puramente proporzionale favorirebbe l’instabilità di governo.

Per questo il 29 marzo voterò SÌ al referendum costituzionale, dunque a favore del taglio dei parlamentari. Perché in un sistema elettorale che non sia integralmente proporzionale, privo di soglie di sbarramento, e di premi di maggioranza, un più alto numero di membri del Parlamento non garantisce affatto il pluralismo e la democrazia ma soltanto la quantità di poltrone a disposizione di pochi partiti.

E il taglio dei parlamentari servirà a recuperare risorse finanziarie che potranno essere messe a disposizione dei cittadini.

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