A Genova lo chiamano il Biscione. Si tratta di una costruzione lunga 540 metri. Per alcuni è un mostro, per altri è un esempio di architettura contemporanea. Alle spalle del Biscione la città finisce e troviamo solo le mura del Forte Quezzi, oggi ridotto a un ammasso di ruderi che nessuno ha interesse e fondi per ristrutturare.

Oltre il Forte niente più case, solo alberi, cespugli, arbusti, rovi. Tra il Biscione e il Forte però c’è un ultimo baluardo umano. In questo terreno vive una famiglia di pastori sardi arrivati a Genova nel 1974 con cento pecore a seguito. Si sono infilati in un rudere del demanio militare, lo hanno rimesso in piedi, pagato l’affitto e trasformato nella loro casa.

Per arrivarvi bisognava passare attraverso un sentiero sterrato, ché la strada asfaltata non c’era. L’hanno costruita loro, i pastori sardi. Con le loro mani. Il Comune ha fornito il catrame e loro vi hanno messo il lavoro. Stesso discorso per le barriere di protezione ai margini della strada. Qui non passa nemmeno il camion della spazzatura e i rifiuti se li devono caricare in macchina e portare fino al primo cassonetto che si incontra vicino al Biscione. Non hanno nemmeno diritto a contributi pubblici perché questa è considerata zona residenziale e non svantaggiata. Eppure il pascolo lo hanno ricavato loro ripulendo terreni abbandonati da anni.

I pastori di Quezzi producono formaggette di capra. Anzi, producevano formaggette di capra, perché ora sono anziani e le forze sono diminuite. Così niente più formaggette artigianali, ma soprattutto niente più salvaguardia del territorio. La zona intorno a Forte Quezzi, grazie al lavoro e al sudore di questa famiglia, non ha subito incendi come invece è accaduto intorno ad altri Forti genovesi.

Questa famiglia è stata per anni uno dei tanti esempi di persone che sono riuscite sia a sfuggire la disoccupazione sia a salvaguardare il paesaggio. E non lo hanno fatto seguendo una visione romantica della natura, ma si sono rimboccati le maniche perché sapevano che la difesa di quella natura rappresentava la loro sopravvivenza.

Mi chiedo come mai la politica non senta la necessità di tutelare il lavoro e il paesaggio facilitando la vita di chi sopravvive nelle periferie o in campagna o in montagna. Tutelare il paesaggio vuol dire aiutare in maniera concreta e non a parole chi per necessità o per scelta vive fuori dai grandi centri.

Non abbiamo bisogno di visioni edulcorate della realtà, ma solo di una fredda, razionale visione economica dei fatti: proteggere il territorio porta solo vantaggi sia per la nostra salute sia per l’economia del Paese. Troppe volte si addossa la colpa al destino, ma il destino del nostro paesaggio è Storia scritta dall’uomo. E a Genova lo sappiamo bene.

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