Si è aperto con Donald Trump che ha rifiutato di dare la mano a Nancy Pelosi, la speaker democratica della Camera. Si è concluso con Pelosi che ha platealmente stracciato i fogli del discorso di Trump. È stato un Discorso sullo Stato dell’Unione in cui Trump ha esaltato i successi della sua amministrazione, soprattutto in campo economico, e messo le basi per il suo tentativo di rielezione. Ma è stato anche un Discorso sullo Stato dell’Unione teso, in cui si sono viste cose mai successe prima: i repubblicani che, come a un comizio, ritmano “Four More Years, Four More Years”; i democratici che escono dall’aula della Camera perché “è impossibile sopportare le bugie di Trump”; e ancora momenti che più che al Congresso sono sembrati appartenere ai reality show televisivi – da cui peraltro Trump proviene.

Forse non avrebbe potuto essere altrimenti. In quella stessa aula, alcune settimane fa, i deputati democratici hanno dato il via al procedimento per l’impeachment di Trump. E anche se Trump non ha mai evocato quella parola – impeachment – gli scontri di questi mesi hanno lasciato il segno. In un’ora e diciotto di discorso, il presidente non ha mai cercato di creare dei ponti; non ha mai invitato i democratici alla collaborazione. Il discorso ha anzi ricalcato i toni di un comizio. Per esempio, negli accenti che Trump ha riservato al socialismo e al “tentativo socialista” di distruggere la sanità americana: un riferimento al progetto di “Medicare For All”, l’assistenza gratuita e universale proposta da Bernie Sanders. Altro episodio in chiave antisocialista è stata la presenza, tra gli ospiti del presidente, di Juan Guaidó, il rivale di Nicolás Maduro. Trump l’ha presentato come “il legittimo presidente del Venezuela. Gli Stati Uniti guidano una coalizione di 59 nazioni – ha detto con enfasi – contro il dittatore socialista Maduro”. Ha aggiunto: “La presa tirannica di Maduro sarà presto spezzata”.

È stato uno dei pochi accenni alla politica estera in un intervento dominato dai temi interni. Nel titolo del discorso, “The Great American Comeback”, il grande ritorno americano, c’era peraltro già tutto. Trump, che aveva parlato della “carneficina americana” alla sua inaugurazione, nel gennaio 2017, descrive ora un altro Paese. “In tre anni – ha detto – abbiamo distrutto la mentalità del declino americano e abbiamo respinto la riduzione del destino americano. Stiamo muovendo verso il futuro a una velocità che era inimmaginabile soltanto poco fa. Non torneremo mai indietro”. Trump ha citato i suoi tagli alle tasse, la deregolamentazione di interi settori, la rinegoziazione del Nafta. Qui ha mentito, parlando di centomila posti di lavoro creati dal nuovo accordo: non è vero, saranno 76mila in dieci anni. La tendenza a non dire esattamente la verità è emersa in diverse altre occasioni: per esempio quando ha spiegato che gli Stati Uniti, sotto la sua presidenza, sono diventati il primo produttore al mondo di petrolio e gas naturalenon è vero, il risultato è stato raggiunto già nel 2012, con la presidenza Obama.

Altro momento in cui il confine tra vero e falso è apparso labile, è stato quando Trump ha proclamato di aver costruito 100 miglia di un “muro lungo, alto, potente, al confine”. In realtà, gran parte delle 100 miglia già esistevano e questa presidenza si è limitata a rimpiazzare pezzi di Muro in disarmo. Brusii di aperta disapprovazione, da parte democratica, si sono avvertiti quando Trump ha invitato il Congresso a collaborare nella difesa dei pazienti con condizioni mediche pregresse – anche qui, vero e falso si sono intrecciati: Trump ha cercato, per via politica e giudiziaria, di cancellare l’Affordable Care Act, che garantisce l’assistenza sanitaria alle persone con malattie croniche. Davanti a senatori e deputati, il presidente ha poi sventolato un altro argomento di polemica tipico dei suoi comizi: l’immigrazione. Stabilendo un parallelo tra immigrazione e criminalità, ha attaccato quelle città – New York e Los Angeles tra le altre – che diventano “sanctuary cities” e che si rifiutano di applicare leggi più rigide contro l’immigrazione. “Gli Stati Uniti dovrebbero essere un santuario per gli americani rispettosi della legge, non per gli stranieri criminali”, ha detto, presentando un agente della polizia di confine, fratello di un uomo ucciso a un distributore di benzina.

È stato insomma un discorso di forte contrapposizione, duro, con il quale Trump si lascia dietro il fantasma dell’impeachment (l’assoluzione, al Senato, ci sarà tra poche ore) e inizia baldanzosamente il cammino verso il voto di novembre. Non sorprende quindi che molti democratici abbiano reagito con fastidio. Dieci deputati, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, hanno deciso di non partecipare all’evento. Almeno altri otto, tra deputati e senatori, hanno lasciato la sala mentre Trump parlava. “Non posso più sopportare un bugiardo. Questa presidenza è una tragedia nazionale”, ha twittato Bill Pascrell, un deputato del New Jersey che ha scelto di andarsene. Tra i momenti più sorprendenti della serata ci sono però stati alcuni episodi modellati su gusto e regole dei reality show. Tradizionalmente, il Discorso sullo Stato dell’Unione è l’occasione in cui il presidente, attraverso i suoi ospiti, espone alcuni principi della sua politica futura.

Trump ha rivoluzionato tutto e disseminato il discorso di veri e propri colpi di scena. A una bambina di 9 anni, Janiyah Davis, presente sugli spalti insieme alla madre Stephanie, ha annunciato in diretta l’assegnazione di una borsa di studio, parte del programma “Opportunity Scholarship”, con il quale potrà decidere la scuola preferita (la cosa ha fatto andare su tutte le furie i democratici, che accusano il programma di togliere fondi preziosi alla scuola pubblica). Altro momento fuori programma – una sorta di carrambata – è stato quando Trump ha fatto entrare in aula il sergente di prima classe Townsend Williams, ricongiungedolo con la moglie Amy e i due figli che non vedeva da mesi. Ma l’atto forse più sorprendente è arrivato quando Trump ha presentato, tra i suoi ospiti, Rush Limbaugh, il leone di mille battaglie conservatrici e reazionarie combattute dai microfoni delle sue radio. Limbaugh ha rivelato, alcuni giorni fa, di avere un cancro ai polmoni al quarto stadio. Trump lo ha salutato e gli ha conferito la massima onorificenza civile degli Stati Uniti, la Presidential Medal of Freedom. Mentre Melania, la moglie di Trump, gliela allacciava al collo, Limbaugh alzava il dito in segno di vittoria e piangeva.

È stato questo alternarsi di colpi di scena e di aggressiva proposta politica da parte di Trump che ha fatto perdere le staffe a Pelosi. Probabilmente frustrata dal fatto che il presidente si fosse rifiutato di stringerle la mano, Pelosi alla fine della cerimonia, lentamente, ha cominciato a fare a pezzi i fogli del discorso di Trump. Una, due, tre volte, con l’evidente scopo di farsi vedere. Le reazioni non sono tardate. Casa Bianca, Mike Pompeo, tutti i repubblicani sono insorti e hanno definito la cosa “disgustosa”. Sui social il gesto di Pelosi è stato rilanciato migliaia di volte, suscitando insulti e approvazione. A chi le ha chiesto perché l’ha fatto, Pelosi ha offerto due risposte. La prima: “Ho stracciato i fogli per evitare di farci dell’altro”. La seconda: “Ho stracciato i fogli perché non ci ho trovato una sola parola di verità”.

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