È il candidato più giovane a vincere, per il momento, i caucus dell’Iowa. È l’ex sindaco di Southe Bend, ex militare, cristiano e gay, a emergere dal primo appuntamento delle primarie democratiche. Pete Buttigieg guida nella conta dei delegati: con il 71 per cento dei collegi scrutinati, ottiene il 26,8 per cento dei consensi. Bernie Sanders è secondo, con il 25,2 per cento. Terza Elizabeth Warren, con il 18,4 e quarto Joe Biden con il 15,5. Nel voto popolare è invece il senatore Sanders a prevalere, con 32.673 voti contro i 31.353 di Buttigieg. Il risultato è ancora parziale e potrebbe essere soggetto ad aggiustamenti (Sanders avrebbe ulteriori margini di miglioramento). Per Buttigieg si tratta comunque di un risultato straordinario. “Spero che questa vittoria significhi qualcosa per le persone che si sentono diverse e non sanno a chi appartenere”, ha detto. Buttigieg è il primo candidato apertamente gay che vince uno Stato nelle primarie democratiche.

Dopo ore di confusione e polemiche per i problemi nel conteggio dei voti, i democratici dell’Iowa hanno quindi reso pubblici i primi risultati. Quelli finali arriveranno tra poche ore. A una prima lettura, sembra che Buttigieg sia riuscito a conquistare i sobborghi urbani ma anche le contee più rurali – ma è Sanders che vince nelle città più grandi: Des Moines, Cedar Rapids, Sioux City, dove c’è un elettorato più giovane e sensibile al messaggio del senatore. Rispetto a Sanders, il voto per Buttigieg appare però più distribuito e trasversale. Buttigieg vince nelle contee rurali dell’Ovest ma va comunque molto bene in città come Davenport. Altro aspetto interessante: Buttigieg appare particolarmente forte nelle contee vinte da Barack Obama alle elezioni del 2008 e del 2012 e che Donald Trump ha conquistato nel 2016.

Sono elementi importanti, perché rafforzano il messaggio di Buttigieg: essere il candidato più eleggibile, capace di raccogliere il voto moderato ma anche quello liberal, quello dei giovani e insieme quello della working-class che ha votato Trump alle scorse elezioni. La sua provenienza da uno Stato del Midwest potrebbe poi essere un vantaggio nelle aree del Centro degli Stati Uniti, che i democratici devono assolutamente riconquistare il prossimo novembre. Altra caratteristica di Buttigieg è un messaggio particolarmente moderato – “gli americani rifiutano la purezza ideologica e vogliono un candidato che spezzi le barriere”, ha detto – che dovrebbe attirare gli indipendenti (un esempio del centrismo di Buttigieg è la sua proposta di riforma sanitaria, il “Medicare For All Who Want It”, che offrirebbe l’assistenza sanitaria pubblica a tutti, ma permetterebbe anche di mantenere la copertura privata). La giovane età e l’aperta rivendicazione della sua omosessualità come strumento di liberazione dovrebbe invece risuonare nell’elettorato più giovane.

Questa è la narrazione che Buttigieg ha cercato di affermare sinora e che con ogni probabilità rafforzerà alla vigilia del voto in New Hampshire (il 12 febbraio). A spiegare il successo di Buttigieg c’è però anche, sicuramente, il particolare sforzo organizzativo dispiegato nei primi quattro Stati che votano – Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina – con 34 milioni di dollari investiti in questa prima fase di campagna. Ma a spiegare il successo di Buttigieg c’è anche la rete capillare di comizi tenuti in queste settimane un po’ ovunque in Iowa (mentre gli altri suoi due rivali, Sanders ed Elizabeth Warren, erano bloccati a Washington per le audizioni per l’impeachment di Trump). Il suo stile, dal podio, è particolarmente rilassato. Buttigieg attacca raramente gli avversari e fa di tutto per non apparire “negativo”. Altrettanto rari sono i riferimenti al passato; Buttigieg parla quasi esclusivamente di futuro. Per apparire il più inclusivo possibile, prende spesso domande dal pubblico, riferendosi direttamente, per nome, all’interlocutore.

Negli ultimi giorni, Buttigieg ha anche cercato di modificare la percezione di candidato troppo bianco (in realtà, più di una percezione: in un tweet ha detto di essere l’espressione dello Heartland, del cuore bianco e cristiano della nazione). Per aprirsi all’elettorato nero, Buttigieg ha invitato ai suoi ultimi appuntamenti elettorali una serie di ospiti afro-americani. Tra questi, il deputato Anthony Brown, Miss Black America Ryann Richardson e i due soli sindaci neri dell’Iowa. Altro elemento interessante della sua candidatura è l’orgoglio omosessuale che Buttigieg suscita. Buona parte dei militanti che lo hanno accompagnato nei tanti impegni elettorali di queste settimane sono gay e lesbiche. Una spinta alla candidatura di Buttigieg viene anche dalla storia. È dai caucuses del 2000 che il candidato che vince in Iowa diventa poi il candidato ufficiale del partito: nell’ordine, Al Gore, John Kerry, Barack Obama, Hillary Clinton.

Vale la pena di ricordare che i risultati sono ancora incompleti, anche se rappresentano già un buon indicatore delle intenzioni di voto. Chi esce sicuramente insoddisfatto dai caucuses è Joe Biden. Apparso spento ai comizi, spesso concentrato su un unico tema – l’attacco rabbioso a Trump – l’ex vice-presidente si piazza quarto. Subito dopo l’arrivo dei risultati, Biden ha mandato una mail ai sostenitori, chiedendo di aiutarlo a “vincere il resto delle primarie”. In realtà, Biden non è particolarmente favorito né in New Hampshire né in Nevada. I sondaggi lo danno avanti in South Carolina, dove si voterà il 28 febbraio; per quella data la sua candidatura potrebbe essere già naufragata. Non particolarmente brillante nemmeno il risultato di Elizabeth Warren. La senatrice del Massachussetts aveva investito copiosamente in Iowa, in termini di denaro, di organizzazione, di giorni passati a fare campagna in ogni angolo dello Stato. Il risultato, il terzo posto, è deludente. Ancor più deludente, se si considera che Warren non avrebbe vinto nemmeno una contea.

Un discorso a parte merita Bernie Sanders. Nelle ore immediatamente successive alla diffusione dei primi dati, il team del senatore ha cercato di enfatizzare la vittoria in termini di voto popolare. E Sanders ha scherzato sul risultato. In un comizio in New Hampshire, ha detto: “In Iowa hanno avuto qualche problema. In New Hampshire siete però sicuramente capaci di contare i voti ed è per questo che io qui vincerò”. Va detta ancora una cosa. Dal 62 per cento dei distretti finora scrutinati, mancano delle roccaforti del voto sandersiano, come la contea di Black Hawk. Il senatore potrebbe quindi incalzare Buttigieg ancor più da vicino. Da una prima valutazione del voto, contea per contea, sembra però che Sanders non sia stato capace di sfondare davvero nelle zone rurali e in quelle più conservatrici – come ha fatto Buttigieg. È forte, fortissimo, nelle città, meno quando si esce dalle zone urbane. E questo potrebbe essere, alla lunga, un limite.

Il voto in Iowa ha avuto anche altri due protagonisti – che però in Iowa non c’erano. Donald Trump ha approfittato del caos nella conta dei voti (provocato da una app difettosa) per attaccare i “fannulloni, incompetenti democratici”. “Questa è la gente cui volete far gestire la vostra sanità?”, si è chiesto polemicamente. Considerato che Trump prospera nelle situazioni di caos e di incertezza (diverse le teorie cospiratorie che, dai settori conservatori, sono arrivate per spiegare il ritardo nella diffusione dei risultati), il disastro elettorale dell’Iowa ha sicuramente portato acqua alla retorica del presidente. L’altro protagonista dei caucuses in Iowa, che in Iowa non si è fatto vedere, è Michael Bloomberg, che entrerà nella competizione solo con il Super Tuesday del 3 marzo. L’ex sindaco di New York, confortato dal risultato che non mostra un candidato forte rispetto agli altri, ha deciso di dare una spinta ulteriore alla sua campagna. Nelle prossime settimane verrà raddoppiata la spesa per gli spot televisivi e saranno assunte altre 2mila persone per lavorare nel suo staff.

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