Al momento mi trovo già da un paio di settimane a Barcellona per un soggiorno di studio e ricerca. Che la città sia bellissima e piacevole non è certo una grande scoperta. La sua architettura, dal gotico della Cattedrale al modernismo di Antoni Gaudì e altri, riempie ogni volta di ammirazione. La gente è mediamente tranquilla e rilassata e piena di rispetto per gli altri. La vita è piacevole.

L’amministrazione guidata ormai da oltre quattro anni dalla sindaca Ada Colau, già leader del movimento di lotta per la casa e contro gli sfratti, sta raggiungendo risultati importanti da vari punti di vista. Il bilancio economico finanziario della città è in attivo. Eppure, si tratta della città spagnola che dedica alle spese sociali la maggior parte del suo budget.

Il 15 gennaio 2020, dieci giorni fa, la città di Barcellona ha dichiarato l’emergenza climatica, cosa che dovrebbe essere fatta anche da molte altre città, a cominciare da quelle italiane. Molte lo hanno fatto e così ha fatto anche il nostro Paese con dichiarazione parlamentare del 12 dicembre 2019, ma occorre chiedersi fino a che punto si tratti di mera retorica o vi sia invece la necessaria traduzione delle parole in politiche concrete.

La dichiarazione di emergenza climatica adottata dal Comune di Barcellona si situa su di un terreno estremamente pratico, prevedendo sette cambiamenti di modello in altrettanti settori strategici: modello urbano, mobilità e infrastrutture, modello energetico, modello economico, modello di consumo e gestione dei rifiuti, modello alimentare e modello culturale ed educativo.

L’approccio giusto da seguire, se è vero che per dare un futuro al pianeta e all’umanità occorre cambiare a fondo i modelli di vita, mentre noi in Italia ancora ci trastulliamo con il Tav e le sovvenzioni all’energia fossile, per non parlare dei boicottaggi dei Mattei “inquinanti” (Renzi e Salvini) alla tassa sulle merendine o sulla plastica.

Non chiacchiere, ma fatti concreti. Ad esempio promuovendo il trasporto pubblico, che qui è di un’efficienza davvero spaventosa, ovvero promuovendo l’affitto temporaneo di mezzi non inquinanti come biciclette, anche elettriche. L’amministrazione cittadina di Barcellona ha varato una società per la produzione di energia, “Barcelona energia”, da fonti alternative che sta riscuotendo un crescente successo. Vengono scoraggiati il trasporto aereo a breve distanza, ad esempio da Barcellona a Madrid, e altre modalità di vita e di consumo che provocano l’effetto serra.

Altri punti di forza della città di Barcellona sono il sostegno alle diversità, a cominciare da quella di genere, con centri antiviolenza e politiche di aiuto alle donne, per continuare con quella lgbt e con i centri di accoglienza e altre attività per l’integrazione dei numerosissimi migranti.

Si potrebbe continuare citando le politiche di edilizia popolare con esperimenti di housing sociale davvero all’avanguardia (Aprop) e la promozione della partecipazione popolare mediante assemblee di quartiere cui partecipano moltissime persone (almeno ventimila su scala cittadina) e che discutono, spesso alla presenza della Sindaca, questioni a volte di una certa rilevanza politica. Il tutto in un territorio che dispone, da almeno 80 anni, di una serie diffusa e radicata di associazioni di quartiere, solo parzialmente e temporaneamente silenziate dalla parentesi franchista.

Insomma un’esperienza positiva e di avanguardia cui dovrebbero guardare con interesse e attenzione molti sindaci, a cominciare dalla nostra cara Virginia Raggi. Non mancano certo problemi, si tratta pur sempre di una società capitalista, con le ben note dinamiche di “mercato” che generano aumenti degli affitti, diseguaglianze sociali e un discreto numero di mendicanti. Ma il Comune è attivo anche su questi piani per cercare, almeno, di rendere meno pesante l’impatto di queste dinamiche.

Per molti versi Barcellona è oggi emblematica della nuova fase politica che sta vivendo la Spagna, con il varo del nuovo governo imperniato sull’alleanza fra Psoe e Unidas Podemos, che gode del decisivo appoggio esterno di Esquerra Republicana.

È proprio la questione catalana al centro del dibattito nazionale, ma essa si intreccia variamente con quelle relative alla politica sociale ed economica e alla collocazione internazionale del Paese (proprio il 27 gennaio Pedro Sanchez ha rifiutato giustamente di incontrare Juan Guaidò ed è stato per questo criticato dalle pessime destre spagnole).

Fondamentale è che questo governo vada avanti, così come proceda il dialogo con le forze indipendentiste catalane per una soluzione politica della questione, che veda l’abbandono definitivo della sconsiderata via giudiziaria e penale fin qui percorsa con scarsi successi nonché la violazione ingiustificabile dei diritti fondamentali del popolo catalano e dei suoi rappresentanti.

Fondamentale mantenere e consolidare l’unità d’intenti fra le forze citate, per battere le destre, tra cui il Partito popolare e gli estremisti di Vox, guidati da un personaggio talmente rozzo che Salvini al confronto sembra Winston Churchill. Come nel 1936, i destini dell’Europa si giocano in buon parte in Spagna. Per questo vanno conosciute e valorizzate esperienze modello come quella di Barcellona e della sua sindaca Ada Colau.

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