Non esiste ferita più profonda di quella procurata ai bambini che si vedono strappati ai loro genitori. Finita la guerra, liberati i campi di concentramento dalle forze alleate, hanno inghiottito atrocità e vergogna, si sentono in colpa per essergli sopravvissuti. Hanno ancora spalmato negli occhi l’orrore di ciò che hanno visto: le madri vittime di un tiro al bersaglio – un “gioco” per loro – da parte dei nazisti. Come si può ricominciare a vivere?

È questo il punto di partenza della miniserie televisiva La guerra è finita. Diretta da Michele Soavi (stasera la penultima puntata su Rai Uno) è una storia ispirata a fatti realmente accaduti e che prende spunto dal libro Il viaggio verso la Terra promessa. La storia dei bambini di Selvino di Aharon Megged.

La guerra è finita andrebbe visto nelle scuole per dovere morale. Quello stesso dovere che, da trent’anni, spinge la senatrice a vita Liliana Segre per dovere di testimonianza a incontrare gli studenti. Lei che, insieme a lettere di sostegno, riceve al giorno anche 200 messaggi d’odio. Un esempio: “Mi chiedo perché non sei crepata insieme ai tuoi parenti”. E da novembre le è stata pure affidata una scorta.

La Segre aveva 13 anni quando con la famiglia fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz. L’ultimo ricordo del padre, un abbraccio seguito da parole spaventose: perdonami di averti messo al mondo. “Sono diventata la nonna di me stessa, di quella bambina alla quale avevano tolto tutto”. La più grande delle sue paure: “Quando non ci saremo più noi, gli ultimi sopravvissuti, la tragedia dello Shoah sarà solo una riga nei libri di storia” ha affermato ieri sera, ospite di Fabio Fazio.

La vicenda narrata dal docufilm di Michele Soavi inizia nel 27 aprile 1945. Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia ordina la cattura del ministro Giovanni Preziosi (sostenitore della superiorità della razza e delle leggi razziali), che però si suicida. Davide, membro del Cln, alla frontiera cerca il figlio Daniele e la moglie che erano stati deportati. Trova invece un gruppo di ragazzi orfani, sopravvissuti, senza nessuno che si curi di loro; li accompagna al Centro raccolta di Milano, ma non c’è posto per loro.

Decide allora di portarli in una vecchia tenuta agricola, per cominciare da lì il lento processo di guarigione di questi bambini che altro non sono che bambole rotte, marchiate a fuoco dal trauma che hanno subito. C’è il piccolo Giovanni, muto selettivo, che canta di nascosto la ninna nanna che gli cantava la mamma. E c’è Miriam che non riesce a liberarsi dal suo incubo: era tra le ragazze scelte per andare a letto con le Ss. Prima di allora non era mai stata con un uomo; la violentarono per tre giorni e, per la vergogna, si tagliò i polsi. Venne poi trasferita in un altro lager; qui decise quindi di bere l’acqua di un canale di scolo per ammalarsi di tifo, ma venne salvata dall’arrivo dell’armata russa.

Per la cronaca Soavi, che è stato assistente di Dario Argento, ha firmato la regia anche del bellissimo docufilm La Forza di un sogno (da rivedere assolutamente su Rai Play) sulla vita del nonno, Adriano Olivetti. Gli scrivo per complimentarmi, gli chiedo un ricordo del nonno. “Ho un ricordo molto preciso del nonno: abitavamo a Monza, avevo 3 anni e mezzo e in casa c’era la fervida preparazione di un pranzo per il suo arrivo. Mi portò dei birilli con una pallina di legno. Dopo il pranzo lui amava appisolarsi sulla poltrona. Io, ignaro, preparai la filiera di birilli e con un pieno strike feci uno sconquasso incredibile che lo fece svegliare di soprassalto. Fui sgridato, i miei occhi si posarono sui suoi e quello che mi rimase impresso, più di una fotografia, fu il sorriso a me rivolto con il suo sguardo azzurro profondo. Il mio primo figlio l’ho chiamato Adriano”.

Il libro di Aharon è stato per Michele d’immenso coinvolgimento. Adesso sta leggendo Il Sacrificio di Eva Izsak (ChiareLettere), tra le storie più atroci che abbia mai sentito, nascosta tra le pieghe della Grande Storia e occultata nella coscienza di chi sapeva e ha taciuto. Eva, ragazza ebrea, indotta al suicidio da un altro ebreo, colui che sarebbe poi diventato Imre Lakatos, il più grande filosofo della scienza del Secolo breve, il pilastro della London School of Economics. Tema ancora sgradevole per tutta la comunità ebraica. Totem e tabù che, a 75 anni di distanza, forse ora è possibile affrontare.

Ps: mentre scrivo, sono inchiodata davanti alle immagini raccapriccianti di Memory of the camps di Alfred Hitchcock e di Sidney Bernstein, in onda ieri sera, 26 gennaio, sul Nove. Il maestro dell’horror tornò apposta dagli Stati Uniti per dare il suo contributo dalla regia.

Sacchi di capelli umani, cumuli di giocattoli, cataste di dentiere e occhiali da vista. Fosse comuni con corpi ammassati grandi quanto campi da tennis. E quella consapevolezza sull’intervento delle forze alleate: troppo poco e troppo tardi. Lo ricorda anche Liliana Segre: “Perché non hanno bombardato i binari che portavano ai campi di sterminio?”.

E quelle immagini non possono farci dimenticare le parole di Primo Levi, sopravvissuto all’Olocausto e morto suicida nel 1987, che sono pesanti come macigni: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre”.

Januaria Piromallo

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