Abbiamo appena appreso che l’Italia sta “migliorando”. L’indice di percezione della corruzione (Cpi), relativo al 2019, ci colloca al 51esimo posto nel mondo; il Belpaese ha ottenuto un punto a favore in più rispetto al 2018, ma c’è stato un rallentamento nella scalata, iniziata nel 2012, alla graduatoria. I Paesi maggiormente virtuosi restano Danimarca e Nuova Zelanda, i peggiori sono ancora Somalia e Sud Sudan. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi da Transparency International.

Questa organizzazione non governativa misura la percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica in giro per il mondo. Si basa sull’opinione di esperti, assegnando una valutazione che va da 0, per i Paesi ritenuti molto corrotti, a 100, per quelli “puliti”. Secondo Transparency International, l’Italia è frenata dalla dilagante criminalità organizzata. Poi, è influenzata dalla mancata regolamentazione del lavoro dei lobbisti (rappresentano un gruppo di pressione e cercano di influire su scelte politiche e amministrative). Inoltre, imperversano ancora troppi conflitti di interesse. Infine ci sono varie contraddizioni, come l’abolizione degli obblighi di comunicazione dei redditi e dei patrimoni dei dirigenti pubblici attuata dall’ultima legge finanziaria.

Ebbene, il livello di corruzione percepito dai cittadini, per quanto esperti, di un determinato Paese potrebbe rispecchiare la situazione reale oppure essere sovrastimato o sottostimato. Quindi la percezione non rispecchia la situazione reale, per altro valutabile in modo statistico soltanto attraverso i casi legati all’attività giudiziaria di contrasto alla corruzione. E, di certo, il fenomeno è molto più vasto di quanto lascino intendere i casi di corrotti presi “con le mani nella marmellata” (tanto per citare un celebre battuta fatta nel 1992 dell’allora pm Antonio Di Pietro, dopo l’arresto di Mario Chiesa).

La questione è così complessa che le scienze sociali studiano la corruzione da anni. Esistono tre tipi di analisi. La prima è quella di tipo economico: in parole povere, corrotti e corruttori si accordano in modo razionale, valutando svantaggi e benefici e confrontandoli con quelli che possono derivare da altri tipi di comportamento. Per esempio, sono valutati i costi di un’attività di lobbying, la vulnerabilità del sistema (politico, sociale e amministrativo), il livello e la qualità della competizione tra partiti politici o tra gruppi economici, l’intensità dell’intervento dello Stato per contrastare il dilagare delle mazzette. Un livello basso di trasparenza e di responsabilizzazione si accompagna a un incremento di centri di potere ufficiosi corruttibili.

Il fenomeno della corruzione viene affrontato anche sul piano socio-culturale: si consolida quando traballano i principi etici, tradizionali e culturali, l’atteggiamento di fiducia negli altri (quello che ci porta a cooperare per il miglioramento della società) e il rapporto di fedeltà nei confronti dello Stato da parte di politici o funzionari pubblici. È chiaro che più i valori sociali sono svalutati (o faticano a consolidarsi), più la corruzione è dietro l’angolo.

C’è poi un punto di vista “neoistituzionalista”: più la corruzione dilaga, più viene istituzionalizzata, più si rivela redditizia, a tal punto da diventare parte integrante del sistema.

Tenendo presenti questi punti di vista, l’Italia appare la palestra ideale in cui possono esercitarsi i fan delle mazzette: da quelle ad alti livelli, con enormi somme di denaro in ballo, a quelle pulviscolari, con piccole somme chieste a tantissimi per oliare o agevolare determinati minuti interessi. Ovviamente, per ragioni di spazio, stiamo semplificando al massimo. Tuttavia quanto è stato esposto può far comprendere che non basta sperare che la magistratura, per altro talvolta non immune a questo fenomeno, provveda da sola a toglierci le castagne dal fuoco.

In tal senso, conoscere la percezione di questo flagello in Italia è importante. Ma sarebbe ancora più interessante capire qual è la reale disponibilità collettiva a contrastarla. Perché non si tratta soltanto di un manipolo (più o meno numeroso) di “cattivi” che incombono su una maggioranza di cittadini “buoni”. Semmai il malcostume spesso fa comodo anche a chi si autoassolve: dalle piccole scelte a quelle più impegnative, dalla micromazzetta all’evasione fiscale, fino al reddito di cittadinanza percepito illecitamente. La corruzione dilaga quando troppi cittadini – eticamente ambigui oppure moralmente rassegnati – creano il terreno di coltura favorevole.

Morale della favola: nessuno di noi, percezioni a parte, può sentirsi innocente. Tanto più in un’epoca in cui esistono strumenti di comunicazione e di connessione – come il web – in grado teoricamente di creare una “lobby per bene”, capace di influire sui fattori che favoriscono i corrotti. Negli ultimi anni, invece, la maggiore capacità di controllo di quegli strumenti l’hanno dimostrata fazioni politiche concentrate soltanto sulla distrazione di massa. Qualche segnale positivo sul fronte della resistenza c’è. Però, prima ancora della corruzione, a livello sociale va combattuta la rassegnazione.

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