La volta della galleria Malo-Castelgomberto lunga sette chilometri, nel cantiere della Pedemontana Veneta, che è crollata più volte. La morte del gruista Sebastiano La Ganga, avvenuta il 19 aprile 2016. Un masso di 32 tonnellate che si è staccato e non ha lasciato scampo all’operaio. Quattro anni di indagini senza arrivare all’udienza preliminare. Soltanto adesso il deposito degli atti riguardanti 14 indagati, in vista della richiesta di rinvio a giudizio. E un particolare che il Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa (Covepa) ha definito “agghiacciante”: fino a un’ora prima del crollo dentro la galleria erano presenti due tecnici della Regione. Come se gli ispettori del Ministero fossero stati sul ponte Morandi a Genova mezz’ora prima del suo collasso, il 14 agosto 2018.

Il Covepa ha convocato una conferenza stampa con il portavoce architetto Massimo Follesa per denunciare l’inchiesta-lumaca e per esibire un documento ritrovato negli archivi della Regione Veneto. La Pedemontana, infatti, è realizzata dai costruttori Dogliani di Torino, in società nella Sis con un colosso spagnolo delle infrastrutture. Ma a pagare sono in parte la Regione e lo Stato, mentre il concessionario incasserà negli anni i pedaggi per rifarsi delle spese sostenute per la realizzazione. “Sulla base di documentazione agli atti della Regione Veneto che abbiamo scoperto da poco e che speriamo sia già in possesso degli organi inquirenti – ha detto Follesa – possiamo affermare che fino a un’ora prima del crollo che uccise La Ganga, proprio all’interno della galleria ci fu un’ispezione di due professionisti incaricati dall’allora commissario”. Chi erano? “Si tratta di un ingegnere consulente esterno e di un geometra dipendente della Regione Veneto e applicato alla struttura commissariale del Governo. Siamo curiosi di sapere che cosa diamine abbiano controllato i due ispettori e se la magistratura si sia accorta di questa mostruosa circostanza. Si sarebbe potuta evitare la morte di un uomo”.

I nomi saranno indicati in un esposto che sarà consegnato in Procura. Il documento è il “verbale n. 7 – 2016 galleria naturale Malo, attività ordinaria alta sorveglianza”. La coincidenza pone qualche interrogativo. Perché erano in quel luogo? Che cosa controllarono sul fronte dello scavo? Assistettero all’esplosione che fece cadere una parte della volta e che poi richiese l’intervento di La Ganga per rimuovere le rocce? Perché non si accorsero che la volta non era completamente chiodata come richiedevano le norme di sicurezza? L’argomento è delicato. “C’era fretta di andare avanti con i lavori, in barba alla sicurezza? Ma a fronte di eventuali responsabilità da parte di Sis, non potrebbe scattare la rescissione del contratto?” si chiede Follesa.

La volta del cantiere è diventata osservata speciale dopo l’avvio di un’inchiesta anche per l’utilizzo di materiale non marchiato Cee, come indicato nel capitolato d’appalto. Sono queste le ragioni che hanno tenuto sequestrato il cantiere fino allo scorso novembre, rallentando in modo significativo la realizzazione dell’opera che è in grande ritardo rispetto al cronoprogramma.

Così il perito professor Genevois ha ricostruito il crollo: “Dopo l’esecuzione della volata, eseguita per l’allargo, venivano effettuati il disgaggio e la riprofilatura alla presenza del Capo Cantiere e del Preposto al Fronte. Queste operazioni erano eseguite dal sig. La Ganga con escavatore Hitachi munito di martello SCAI ed al termine il mezzo indietreggiava e si arrestava nella posizione in cui è stato poi ritrovato. In quel momento una massa di roccia di volume rilevante è crollata dalla calotta avanti alla cabina di guida, investendo la sua parte frontale con un masso del peso valutato in 32 tonnellate, cioè circa 12 metri cubi. La massa di roccia crollata aveva un volume qui stimato in 51.4 metri cubi, su una superficie di 86 metri quadrati”. Il perito del gip ha spiegato: “La dinamica del distacco è evidente. La massa rocciosa è crollata da un’area non ancora bullonata al termine delle operazioni di disgaggio relative alla volata di allargo”. E così ha puntato il dito contro le “difformità dal progetto costruttivo”. Di chi siano le responsabilità lo chiarirà il processo.

La famiglia di La Ganga attende giustizia da quattro anni, anche se (tutelata dall’avvocato Nicola Mele) ha ottenuto il risarcimento di un milione di euro e quindi non è più costituita nel processo. Un tempo molto lungo, che solo ora vede una prima tappa importante. Il pm Angelo Parisi, subentrato alla collega Serena Chinichi, ha notificato a 14 soggetti gli avvisi di conclusione delle indagini per omicidio colposo. Innanzitutto due aziende: il Consorzio Stabile Sis di Torino che sta realizzando l’opera da due miliardi e mezzo di euro e la società Inc Spa di Torino, alle cui dipendenze lavorava La Ganga. Poi 12 persone fisiche. Secondo la Procura, prima dell’intervento nell’area “non ancora bullonata”, non fu svolta “alcuna idonea indagine volta ad accertare lo stato di discontinuità nella roccia”. Anzi, si scavò “per sfondi continui di roccia, riducendo tempistiche e spese”. Si voleva risparmiare, a scapito della sicurezza. Tra gli indagati troviamo il direttore di cantiere Luigi Cordaro, l’amministratore delegato di Inc Spa, Claudio Dogliani, il presidente del cda Sis Matterino Dogliani e l’ad Hevia Jaine Dominguez Valdes. Ci sono poi Ferruccio Barbiero (Sis, capo imbocco dei lavori di costruzione della galleria), Roberto Bonomi (responsabile lavori per il concessionario Superstrada Pedemontana Veneta), Massimiliano Buzzi (sicurezza del cantiere), Adriano Turso (direttore lavori Spv) e l’assistente al cantiere Fabio Saretta. Per i rilievi geologici-geotecnici sono indagati Carlo Alessio (amministratore di Ak Ingegneria Geotecnica), il direttore operativo geotecnico Cristiana Beneggi (direttore operativo esperto geotecnico per Ingegneria Spm) e Cataldo Li Puma, dipendente di Sipal spa.

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