È stata la parola che più si è sentita nella politica inglese dal referendum del 2016 in poi: adesso il premier Boris Johnson vuole mettere al bando il termine “Brexit”, dissuadendo i suoi ministri e lo staff dall’usarla, ora che si avvicina il 31 gennaio, data definitiva di uscita dall’Unione Europea.

Il termine è una crasi per “Britain Exit”, espressione universalmente usata per indicare il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che verrà ufficialmente completato il prossimo 31 gennaio. Secondo gli analisti politici, Johnson ha dissuaso i ministri del suo governo dall’usare la “B-word”, la parola della discordia: l’obiettivo ora è che l’accordo da lui proposto, votato a larga maggioranza, diventi realtà, e passare oltre. Non solo: come riporta Repubblica il “Department For Exiting the European Union“, che ha curato fino ad oggi i negoziati con Bruxelles, verrà smantellato e abolito. Al suo posto nascerà una “Task Force Europe”, una squadra incaricata di curare le relazioni tra Londra e il Vecchio Continente. “Non è solo una mossa simbolica – ha detto David Shiels, analista politico per Open Europe – Probabilmente significa che le relazioni europee verranno gestite direttamente da Downing Street, evitando gli scontri che hanno reso così difficile la prima fase dei negoziati. Inoltre ci sono indicazioni che il Primo ministro voglia scoraggiare l’uso della parola ‘Brexit’ da parte dei deputati tories e dei membri della squadra di governo”.

Il Primo Ministro ha riunito i suoi più stretti collaboratori prima di partire per le vacanze di fine anno sull’isola caraibica di Mustique con la fidanzata Carrie Symonds. Le indiscrezioni riferiscono che l’idea di mettere al bando il termine Brexit sia di Dominic Cummings, consigliere speciale di Boris Johnson, soprannominato il “Rasputin di Downing street”: la promessa elettorale di Johnson era “Get Brexit done”, portare a termine Brexit. E niente lo dimostrerebbe meglio che smettere di parlarne – scrive ancora Repubblica – dopo anni in cui non si è parlato d’altro. La fase di transizione si concluderà ufficialmente tra un anno esatto, il 31 dicembre 2020. In questo periodo il Regno Unito rimarrà membro dell’Unione doganale e nel mercato interno senza però partecipare al processo decisionale dell’Ue. Entro quella data Johnson dovrà gestire diverse incognite: lo spettro di una possibile recessione e le minacce di secessione di Scozia e Irlanda del Nord, che sfrutteranno i sentimenti europeisti dei propri cittadini per rilanciare l’indipendenza.

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