Il loro messaggio è chiaro, le parole dirette e semplici, così come i loro movimenti. Dicono cose che ogni membro del sesso femminile avrà pensato, almeno una volta nella vita, sentendo le giustificazioni immotivate e paradossali alle violenze subite dalle donne. Ed è forse per questo che l’inno “Un violador en tu camino” (Uno stupratore sul tuo cammino), realizzato dal collettivo Las Tesis di quattro giovani artiste cilene, si è diffuso a macchia d’olio nelle piazze di tutto il mondo in meno di un mese.

Da Valparaiso a Santiago, e poi a decine di città in Messico, Turchia, Francia, Italia, Australia, toccando l’Africa, gli Stati Uniti e l’Asia, migliaia di donne (10mila nello Stadio Nazionale del Cile, che fu un centro di tortura durante la dittatura) si sono radunate bendate per cantare e ballare quello che è diventato il nuovo inno femminista contro la violenza maschilista. La prima rappresentazione è stata fatta il 20 novembre a Valparaiso, nel pieno delle proteste che hanno iniziato a sconvolgere il paese sudamericano dal 18 ottobre, cui ne è seguita un’altra a Santiago il 25 novembre, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza femminile. E da lì è stato un crescendo ininterrotto.

Sibila Sotomayor, Dafne Valdés, Paula Cometa Stange e Lea Cáceres, 31 anni, hanno dato vita a questo collettivo poco più di un anno fa, nel pieno della battaglia del femminismo nelle università cilene per avere sanzioni e regolamenti anche negli atenei contro molestie e violenze e chiedere al governo provvedimenti per garantire una parità vera tra i due sessi. Il nome Las Tesis (le tesi) è stato scelto per tradurre “le tesi di autrici femministe in performance, in modo da arrivare a diversi tipi di pubblico”, come hanno spiegato loro stesse al sito cileno Interferencia.

Dopo la prima performance, ispirata al libro Calibano e la strega di Silvia Federicci, in questo caso le ragazze di Las Tesis hanno lavorato sui testi dell’antropologa argentina Rita Segato sullo stupro e la demistificazione del violentatore come soggetto che esercita la violenza per piacere sessuale. “Abbiamo iniziato a fare ricerche sugli stupri, omicidi e violenze in Cile, constatando che le denunce di questo tipo si perdono nel sistema della giustizia. I nostri lavori durano 15 minuti – ha spiegato Paula Cometa – Non lo abbiamo pensato come un canto di protesta, ma come una parte della nostra opera, che indubbiamente ci è sfuggita di mano”.

A contribuire al suo successo, il fatto che le quattro abbiano deciso di mettere a disposizione di tutti testo e base musicale, in modo che ogni paese potesse trasformarli. E da lì è iniziato il crescendo che ha reso virale questo inno. “Nel caso cileno c’è un’esperienza legata a ricordi tuttora presenti, cioè quelli della dittatura e delle violenze esercitate dallo Stato sui suoi cittadini – continua – Del resto anche in questi giorni di protesta abbiamo visto i militari per le strade e un’imponente, se non eccessiva, risposta da parte della polizia”, come ha anche evidenziato l’Onu nel suo rapporto. Tanto che una strofa dell’inno è tratta da quello dei Carabinieri, “che dovrebbero proteggere la nostra sicurezza, ma ciò è ben lontano dalla realtà. Siamo di fronte ad un’istituzione che non rappresenta ciò che dice nel suo inno”, aggiunge Cometa.

“L’idea del ballo è di liberarsi di ciò che costringe moralmente e ti colpevolizza del perché un uomo, della tua famiglia o un amico, ha abusato di te”, precisa. Ecco perché si canta: “Il patriarcato è un giudice, che ci giudica per essere nate, e il nostro castigo è la violenza che non vedi. È femminicidio. Impunità per il mio assassino. È la scomparsa. È lo stupro. E la colpa non era mia, né di dove stavo né di come ero vestita. Lo stupratore sei tu. Sono i Carabinieri, i giudici, lo Stato, il presidente. Lo Stato oppressore è un maschio stupratore. Lo stupratore eri tu, lo stupratore sei tu. Dormi tranquilla bimba innocente, senza preoccuparti dei criminali, che sul tuo sonno dolce e sorridente veglia il tuo appassionato Carabiniere”.

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