di Claudia Pepe

È morta una bambina dalle labbra rosa e dal cuore che sussultava ai gemiti del vento. È morta una bambina di cinque mesi, dal colore non uguale al nostro. È morta a Sondrio, in un ospedale che ha cercata di curarla con tutto l’amore e la professionalità che possedeva. La mamma, anche lei con labbra rosa e il passo veloce, ha vent’anni.

Portando al Pronto Soccorso sua figlia sentiva che stava morendo, e le sue urla strazianti hanno dato fastidio. Hanno dato fastidio a persone che in fila non hanno capito che quel cuore stava cessando di battere; non lo sentivano, non lo vedevano, non lo ascoltavano. Quando la bambina dalle labbra rosa e dal cuore che giocava con la vita è morta, la mamma dal passo veloce e dalla pelle che oscurava il sole ha fatto sentire la sua voce. In quella notte che si era insinuata in lei senza chiederle permesso.

La gente non l’ha accarezzata, non l’ha consolata, ma l’ha umiliata dicendole che disturbava, che faceva troppo rumore. Tanto le ragazze dalle labbra rosa e il passo veloce fanno un figlio l’anno e se anche ne perdono uno, non importa.

Questa è la deriva della società umana dove la morte di una bambina di cinque mesi che illuminava la vita è stata messa a tacere perché dava fastidio, perché la sua morte non ha niente a che fare con la nostre vite. Perché le “scimmie devono stare zitte” e devono urlare nel silenzio di una notte senza stelle. Per non farsi riconoscere.

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