Hanno vinto le balle: inutile segnalarle, confrontarle con i fatti, indicarne le contraddizioni, esporre la realtà. Fatica inutile. Neppure l’articolo 656 del Codice penale italiano, che punisce il reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico”, di cui ha scritto sul Fatto Quotidiano Giovanni Valentini, potrebbe rivelarsi utile.

Il punto è che il diritto di essere informati correttamente pare non interessare agli elettori italiani, né agli americani né ai britannici, come dimostrato ieri con chiarezza indiscutibile dai risultati delle elezioni nel Regno Unito.

Un elettore deluso, preoccupato, impoverito, disperato cerca un colpevole, un capro espiatorio e la strada più veloce per recuperare le posizioni perdute. Non trovandola nella realtà, che è complicata e non è rosea, comincia a sognare e a cercarla altrove, anche nelle fantasie, se trova qualcuno abbastanza cinico da inventarsene di semplici e risolutive, spacciate per uovo di Colombo e ripetute ovunque in campagne elettorali permanenti.

Ha scritto William Davies sul Guardian che nel Regno Unito si sta assistendo ad una specie di “berlusconificazione” della vita pubblica, dove le distinzioni fra politica, media e affari hanno perso ogni credibilità a favore della nascita di un unico centro di potere in cui i protagonisti si spostano disinvoltamente da un campo all’altro, interpretando ruoli diversi, un giorno politici, un altro giornalisti, il tutto a scapito dell’indipendenza e della competenza. È sempre utile, ma non più indispensabile, possedere e controllare giornali, riviste, reti tv: il nuovo ecosistema dell’informazione, grazie a Facebook e Twitter, ha dato origine ad un nuovo tipo di figura pubblica che non appartiene a nessuna delle vecchie categorie ma che, per conquistarsi il consenso, può essere contemporaneamente un attore, un intrattenitore, un politico e un giornalista.

Vince chi mente nel modo più convincente, chi non si vergogna di ingannare il prossimo e, se contestato, rilancia con la “faccia di tolla” più seducente, dichiarando di volere quello che il popolo vuole, un popolo ormai acritico e riplasmato da chi sostiene di essere dalla sua parte.

A questo punto si può ancora considerare un paradosso la domanda di Brecht nella poesia scritta dopo la rivolta del 17 giugno 1953 in Germania Est? Il segretario dell’Unione degli scrittori aveva fatto distribuire dei volantini spiegando che il popolo aveva perso la fiducia del governo e avrebbe potuto riconquistarsela solo lavorando ancora più duramente. “In quel caso non sarebbe stato più semplice per il governo sciogliere il popolo ed eleggerne un altro?” chiedeva Brecht. Ecco: ormai ci siamo arrivati.

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