Strada spianata verso la Brexit. I risultati del voto in Gran Bretagna, secondo gli exit poll, consegnano nelle mani del primo ministro e leader Tory, Boris Johnson, una vittoria schiacciante alla Camera dei Comuni, con 368 seggi conquistati sui 650 totali. Una maggioranza assoluta fondamentale per approvare l’accordo raggiunto a ottobre con Bruxelles e rimasto intrappolato nell’immobilismo di Westminster. A niente è servita la strategia radicale messa in campo da Jeremy Corbyn che con uno dei programmi più a sinistra della storia britannica ha ottenuto il peggior risultato per il Labour Party dal 1935, con appena 191 seggi, 71 in meno rispetto alle ultime elezioni. Terza forza, in controtendenza rispetto al voto pro-Brexit, è lo Scottish National Party di Nicola Sturgeon che con 55 seggi su 59 rilancia la propria sfida secessionista.

“Grazie a tutti nel nostro grande Paese, a chi ha votato, a chi è stato volontario, a chi si è candidato. Viviamo nella più grande democrazia del mondo”, ha twittato il premier britannico esultante per un risultato non pronosticabile, anche nelle sue più rosee previsioni. I Tory, secondo i sondaggi, al massimo avrebbero ottenuto la maggioranza assoluta per un pugno di voti, fermandosi a 329 rappresentanti, ma con il forte rischio di ottenere una maggioranza relativa che li avrebbe rigettati nell’incubo hung Parliament, del Parlamento bloccato. Invece si è preso ben 51 seggi in più rispetto alla precedente legislatura e adesso punta dritto verso la Brexit.

Proprio il processo di uscita dall’Unione europea ha giocato un ruolo determinante nel risultato delle urne. Quello di giovedì, oltre che un voto politico, era anche, e soprattutto, un voto a sostegno o meno del risultato elettorale del referendum del 2016. Da una parte chi, come Boris Johnson, prometteva il rispetto della volontà popolare e un’uscita rapida secondo l’ultimo accordo raggiunto con l’Ue, dall’altra Corbyn che sull’uscita ha sempre mantenuto una posizione ambigua, pur promettendo un nuovo referendum. Come da tradizione britannica, la messa in discussione del voto popolare ha penalizzato il leader laburista, consegnandogli una sconfitta così netta da rendere inevitabili le dimissioni dalla guida del partito. Così, il Regno Unito saluterà l’Unione europea entro il 31 gennaio, con l’accordo che potrebbe essere approvato, vista la larga maggioranza, anche prima di Natale. Dopodiché il premier avvierà le trattative per definire i futuri rapporti con l’Europa. Da tabella di marcia dovrebbe farlo entro il 31 dicembre 2020, data in cui si concluderà il cosiddetto “periodo di transizione“.

Dentro ai Labour, invece, ci si aspettano grandi stravolgimenti, data la pesante sconfitta. Persi 71 seggi, ai minimi storici dal 1935, la cacciata di Corbyn sembra inevitabile. Il cancelliere dello Scacchiere ombra, John McDonnell, braccio destro di Corbyn, ha comunque rinviato le decisioni su eventuali dimissioni ai risultati ufficiali. Ma ammette che il voto “è stato dominato dalla Brexit”. Non solo, però: secondo le prime analisi di voto, a penalizzare la sinistra inglese è stato anche un programma considerato troppo radicale per la tradizione politica britannica.

Ma se i Conservatori esultano per una Brexit più semplice da ottenere, in Scozia gli indipendentisti dell’Snp di Nicola Sturgeon, decisi a chiedere una rivincita referendaria sulla secessione da Londra come risposta alla Brexit, fanno il pieno: 55 seggi su 59 disponibili, a un soffio dal record storico delle elezioni del 2015 e in netto recupero rispetto ai 35 scranni di due anni fa. Il partito di Sturgeon è l’unica formazione anti Brexit ad avanzare.

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