«Incertezza significativa relativa alla continuità operativa». Il giudizio è dei revisori di bilancio, l’oggetto non è un’azienda, ma un partito politico attualmente al governo e che alle prossime elezioni si propone di arginare il salvinismo imperante: il Partito democratico, guidato da Nicola Zingaretti. Così gli esperti di PricewaterhouseCoopers marchiano i conti del Pd nella loro relazione sull’andamento finanziario del 2018. Significa che il partito rischia il default, il ko tecnico per mancanza di soldi. L’ultimo bilancio mostra un conto economico in perdita per 612 mila euro e un patrimonio netto negativo per 3,2 milioni di euro.

Il mensile FQ Millennium, diretto da Peter Gomez, nel numero in edicola da sabato 14 dicembre propone una serie di inchieste e approfondimenti sulla crisi del Partito democratico, dal punto di vista economico ma anche da quello delle idee, dei leader, dei consensi. E dell’etica pubblica, come dimostra il “censimento”, realizzato dal mensile in un corposo dossier, di ben 219 tra inquisiti e condannati per vari reati che militano – o militavano all’epoca dei fatti – nel partito. Si va dai casi nazionali, come l’ex ministro Luca Lotti coinvolto nel caso Consip alle note vicissitudini del sindaco Giuseppe Sala su Expo, fino a una miriade di casi locali assai meno conosciuti: sindaci, assessori, dirigenti politici di piccoli centri accusati in inchieste di ogni genere, dai contatti con mafiosi e camorristi alla nomina di favore di un dirigente pubblico, dalle indagini sulle “spese pazze” agli scandali nell’urbanistica, nella sanità, negli appalti…

Tornando ai bilanci, ricostruisce FQMillenniuM, alla fine dei contributi elettorali pubblici si è aggiunta la fuga di molti sostenitori privati da un partito sempre meno potente. Dieci anni fa nella lista dei mecenati ufficiali del Pd c’erano molti big dell’economia italiana: da De Laurentis a Maccaferri, da Scarpellini a Parnasi. Attraverso le loro aziende versavano botte da decine di migliaia di euro all’anno. Oggi non sono rimasti nemmeno i suoi storici sponsor. Il principale donatore del Pd nazionale nel 2018, per dire, è stata la Confagricoltura con la modica somma di 30 mila euro.

In totale sono state solo sette le imprese private che l’anno scorso hanno regalato soldi al partito. Nel frattempo, si sono accumulati i buchi della passata “gestione”, quella di Matteo Renzi, comprese due srl finite in liquidazione: Democratica, editore del sito nato dopo la chiusura de L’Unità, ed Eventi Italia Servizi, mai decollata. Per di più, Renzi ha traghettato verso Italia Viva molti grandi finanziatori (i cui contributi finivano comunque non al partito ma alla “Matteo Renzi Foundation”).

Se le cronache di questi giorni parlano di una “bestia” renziana che rivaleggia sui social con quella di Matteo Salvini, o almeno ci prova, ben diversa è la situazione in casa dem. Dove risultano ancora dispersi e non completamente utilizzabili i preziosissimi dati di oltre tre milioni di persone che hanno partecipato alle varie primarie, da quelle del 2012 della sfida Renzi-Bersani alle ultime del 2019, vinte da Zingaretti. FQMillenniuM ricostruisce il percorso di questi dati che in tempi così difficili tornerebbero utili per mobilitare potenziali elettori, magari anche loro un po’ dispersi fra i tanti cambi di linea, di leadership e di alleanze.

Nel 2018, quando Proforma, la società di comunicazione di Bari che curava la campagna elettorale dem, provò a chiederli, la risposta fu che non erano mai stati organizzati e sistematizzati. E gli uomini di Zingaretti oggi ribadiscono: «Noi non abbiamo trovato niente».

Leggi le inchieste complete su FQ MillenniuM in edicola da sabato 14 dicembre

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