Creta sorpassa Sigonella nella scala valoriale delle basi strategiche americane nel mare nostrum? Gli Usa mollano la Turchia per sposare la Grecia, per via di una serie di dossier altamente sensibili che si intrecciano su gasdotti, terrorismo e ricostruzione in Siria.

L’ennesima minaccia turca agli Usa (“Se ci sanzionate, vi togliamo le basi militari”) rischia di non produrre effetti di sorta. Il nuovo “neo ottomanesimo di Erdogan”, condotto dal leader turco tanto sul gas quanto sulla macroarea euro-mediterranea, prosegue imperterrito con l’avvertimento del ministro degli Esteri turco Cavusoglu: “Nel caso di sanzioni per l’acquisto di missili russi, in dubbio le basi strategiche di Incirlik e Kurecik”.

Di fatto non avrebbe conseguenze di rilievo, dal momento che già da più di un anno gli Usa hanno avviato il progressivo disimpegno dalla base turca di Incirlik: una strategia che è sfociata lo scorso ottobre nell’accordo tra Usa e Grecia siglato tra il segretario di Stato Mike Pompeo e il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis per nuove basi in terra di Grecia, che già ospitano mezzi di vario genere e marines.

Si tratta di Souda Bay a Creta, per sommergibili nucleari e fregate; del porto settentrionale di Alexandrupoli che di fatto controlla i nuovi gasdotti e le penetrazioni di possibili jihadisti lungo la dorsale balcanica; dell’aeroporto di Larissa dove sono operativi droni Usa ed elicotteri Kiowa appena acquistati di seconda mano dagli Usa.

Per cui l’ennesima provocazione turca lascia il tempo che trova, soprattutto perché il Pentagono ha scelto il suo partner mediterraneo, anche per controbilanciare l’invasività cinese al Pireo con Cosco e russa al porto di Salonicco con la recente privatizzazione condotta dall’oligarca ellino-russo Ivan Savvides.

Il lavoro avviato nell’ultimo triennio dall’ambasciatore americano ad Atene, Jeoffrey Pyatt, ha portato a infittire le relazioni ellino-americane, a costruire nuove partnership commerciali come quella tra il segretario al Commercio Ross e l’armatore greco Marinakis che prevede la nascita della terza maggiore flotta al mondo di navi da carico e a valorizzare poli industriali in Grecia fino a ieri in forte crisi (come i cantieri navali di Syros finiti sotto il controllo americano).

Uno scenario che in pochi anni, dunque, è cambiato radicalmente in quanto la possibile regia di Pechino e Mosca ad Atene è stata seguita, analizzata e ammorbidita dalle manovre americane che puntano così a rendere la Grecia un hub strategico nel Mediterraneo, sia sotto il versante militare che sotto quello energetico.

Washington inoltre ha “benedetto” il quadrumvirato del gas esistente tra i governi di Cipro, Grecia, Israele ed Egitto per dare slancio al gasdotto Eastmed, il più lungo del mondo che avrà anche un impatto geopolitico, oltre che economico e finanziario.

In quel caso infatti potrebbe prendere corpo quella comunità mediterranea che fino a ieri è stata troppo spesso solo un’aggregazione formale di Paesi, e invece adesso, in virtù delle nuove politiche energetiche, può plasmarsi in una veste differente e duratura.

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