La giornata mondiale di lotta all’Aids quest’anno ci consegna due buone notizie. Il 12 novembre si è svolta una consensus conference tra rappresentanti della comunità scientifica, tra le quali la Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali, l’Icar, l’Italian conference on Aids and antiviral research e varie associazioni tra cui la Lila, la Lega italiana per la lotta contro l’Aids, nella quale è stato definitivamente confermato, in base alle evidenza scientifiche, il principio U=U (Undetectable=Untrasmittable), che significa non rilevabile=non trasmissibile: i soggetti sieropositivi, con carica virale non rilevabile, già in terapia da alcuni mesi e che mantengono una buona compliance con l’assunzione dei farmaci, non trasmettono l’Hiv.

L’impatto di questa scoperta scientifica è rivoluzionario: dopo 36 anni dalla scoperta del virus le persone sieropositive, che si trovano nella situazione sopra descritta, possono scrollarsi di dosso il timore di costituire un rischio per altri, innanzitutto per i/le loro partner; la maggioranza degli uomini e delle donne Hiv+ in terapia non rischieranno infatti di trasmettere il virus. Questa verità costituisce anche uno strumento formidabile per combattere i pregiudizi e le discriminazioni verso i sieropositivi.

Ovviamente la liberazione dall’uso del profilattico, almeno come strumento di prevenzione dell’Hiv, è strettamente correlata al rispetto dei tempi e delle modalità corrette di assunzione dei farmaci e ai controlli periodici della viremia e delle difese immunitarie. Una vera rivoluzione, almeno per quelle generazioni che hanno vissuto la sessualità, all’epoca della loro adolescenza e giovinezza, mentre imperversava la pandemia dell’Hiv.

Un motivo in più per invitare coloro che possono essere venuti in contatto con il virus a sottoporsi il prima possibile al test in modo tale da poter accedere alle terapie già nella fase iniziale dell’infezione, tutelando la propria e altrui salute.

In migliaia non sanno di essere sieropositivi

Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, in Italia vivono circa 130mila persone sieropositive; le nuove infezioni verificatesi nel 2018 sono 2847, nel 2017 erano state 3561. Questa diminuzione è indubbiamente la seconda buona notizia, anche se nei prossimi mesi il dato fosse destinato a crescere moderatamente a causa dei ritardi nelle segnalazioni.

Ma qui le buone notizie finiscono e appare l’altro lato della medaglia: le stesse fonti stimano che nel nostro Paese vi siano almeno 15mila persone sieropositive che non sanno di esserlo e tra i 661 cittadini che hanno scoperto nel 2018 di essere in Aids, ossia nella fase avanzata della malattia, ben il 74,6% (nel 2000 era il 48,2%) ha scoperto di essere sieropositivo solo sei mesi prima della diagnosi di Aids. Costoro hanno vissuto per anni senza essere a conoscenza della loro condizione sierologica con tutte le immaginabili conseguenze.

Questi ultimi dati parlano da soli: in Italia è assente da troppo tempo una seria campagna d’informazione, prevenzione e di invito a sottoporsi al test; questa oggi è la priorità. I responsabili della sanità pubblica, a ogni livello, nazionale e locale, dovrebbero ricordarsi che il test deve essere garantito in modo anonimo (L. n. 135/90) e gratuito con l’obiettivo d’ incentivarne l’uso in funzione del bene individuale e collettivo.

Tredici milioni di sieropositivi senza terapie

Attualmente si stima che, nel mondo, gli esseri umani infettati dall’Hiv siano 37 milioni e 900mila. Secondo l’Unaids, le persone che hanno contratto il virus nel 2018 sono state 1 milione e 700 mila: il 16% in meno rispetto ai dati del 2010. Anche le morti per Aids risultano in calo: nel 2018 coloro che hanno perso la vita per cause legate alla malattia sono state circa 770mila, 33% in meno rispetto al 2010.

Ma, nonostante questi progressi, diverse e gravi sono le criticità ancora presenti. Solo il 62% delle persone infettate a livello mondiale ha accesso alle terapie antiretrovirali: 13 milioni e 400 mila esseri umani ne sono ancora esclusi. L’Africa è la regione più colpita dal virus, con 16 milioni di infetti e tassi di accesso alle terapie al 67% nell’Africa australe e orientale e al 51% nelle regioni occidentali e centrali.

In tutto il mondo nel 2018 sono stati infettati 160mila bambini. Ogni giorno – denuncia l’Unicef nel rapporto su Hiv e infanzia – muoiono 320 bambini e adolescenti per cause legate all’Aids, “13 ogni ora”. Solo il 54% riceve le cure. Percentuale che si riduce al 28% nell’Africa centrale e occidentale. La ragione è sempre la stessa da oltre vent’anni: i prezzi elevati dei farmaci imposti da Big Pharma e tutelati dagli accordi TRIPs sulla proprietà intellettuale del Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Tra le Ong che operano nel sud del mondo la preoccupazione cresce: molte delle persone in terapia beneficiano di farmaci che arrivano attraverso il Fondo globale per l’Aids, la Tbc e la malaria, o attraverso le grandi fondazioni private. Tutti questi organismi hanno recentemente annunciato dei tagli nei loro progetti a causa del perdurare della crisi economica. Proprio per questa ragione, Medici senza frontiere ha recentemente espresso grande preoccupazione di fronte al rischio che nel prossimo futuro l’obiettivo della cura per tutti possa allontanarsi.

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