Hantavirus, tutte le ragioni per cui non c’è motivo di avere paura
Nella nave da crociera MV Hondius che trasportava 151 persone di varie nazionalità, a fine periodo massimo d’incubazione, stimato in 42 giorni per l’infezione da Andes Hantavirus, si sono verificati 3 decessi e 5 casi gravi. Nessuna generazione successiva di nuovi casi. Quindi sembrerebbe capitolo chiuso.
Se l’incubo della recente pandemia da Covid-19 non aleggiasse ancora nella nostra mente, l’ episodio di questo focolaio infettivo sarebbe stato mediaticamente derubricato in un dettaglio di cronaca, a parità di precauzioni preventive adottate. La risonanza invece è stata inevitabilmente molto ampia, costringendo le istituzioni nazionali e sovranazionali ad esporsi nella comunicazione pubblica con rassicurazioni variamente argomentate. Vista però la fallibilità delle iniziali previsioni sulla diffusione dell’infezione Covid-19 prodotta dal virus SARS-CoV-2, alto è il muro di diffidenza subito alzato dall’opinione pubblica verso tali dichiarazioni, tanto più che la letalità nota per la malattia causata da questo Hantavirus (rapporto deceduti su malati) è maggiore di circa 10 volte rispetto a quella del Covid.
Per ottenere un convincimento ragionevolmente credibile sul rischio reale che stiamo correndo, senza pretendere certezze assolute – che in quanto tali non appartengono alla scienza ma alla fede religiosa – è possibile procedendo per comparazione.
Confrontiamo allora le conoscenze già note su questo genere di virus con quelle della famiglia Coronaviridae (impropriamente Coronavirus) cui appartiene il sottogruppo SARS-CoV-2 che ha causato l’infezione Covid-19, prescindendo da tutto ciò che si è appreso a posteriori, cioè a pandemia avvenuta.
La specie Andes del gruppo Hantavirus appartiene alla famiglia più ampia degli Hantaviridae che hanno in comune un’analoga struttura genetica (genoma), una stessa modalità di trasmissione dell’infezione e medesime preferenze di bersagli cellulari. La specie Andes condivide lo stesso serbatoio naturale del gruppo Hantavirus, cioè i roditori, ma è l’unica in grado di fare il salto di specie, cioè di trasmettere l’infezione dall’animale all’essere umano, per una serie di peculiarità biologiche di cui è dotata.
Le conoscenze di Andes non sono quindi dedotte da quelle della famiglia più generale di appartenenza, come è accaduto per il “neo-nato” SARS-CoV-2, ma sono derivate dall’osservazione storica di casi reali che hanno consentito l’identificazione del virus già nel 1995, benché il suo genoma sia diventato noto successivamente.
I casi esaminati superano il migliaio (1995-2020) e derivano da 5 focolai principali ai quali si aggiunge una serie di casi sporadici raggruppati in piccoli cluster, tutti distribuiti tra Cile e Argentina, perché il roditore che ne costituisce il serbatoio naturale vive solo in questi Paesi. Ciò ha consentito di studiare trasmissione inter-umana, incubazione, genetica e mutazioni del virus. Un bagaglio d’informazioni ben più ampio, e soprattutto più preciso, di quanto è stato possibile dedurre per il SARS-CoV-2 ad inizio pandemia, avvalendoci soltanto di quanto noto dalla sua famiglia di appartenenza – che non è certo la stessa cosa in termini di appropriatezza della fonte informativa disponibile.
E allora cerchiamo di capire perché e su quali elementi probatori questo Andes Hantavirus dovrebbe preoccuparci estremamente meno del temibile Covid-19.
Intanto la ricostruzione di percorso, tappe e sbarchi passeggeri effettuati dalla nave ha portato ad individuare lo scenario del cosiddetto “caso indice”, cioè il primo malato del focolaio infettivo, in un momento antecedente all’imbarco e riconducibile all’accertata sua frequentazione, per motivi escursionistici, della discarica a cielo aperto della città di Ushuaia in Argentina. Si tratta del luogo abitato proprio da quei roditori noti per essere il serbatoio naturale del virus in questione. E’ intuibile che la nave, per la promiscuità che questo ambiente confinato impone, abbia costituito invece il diffusore dell’infezione.
Ciò detto, perché questo focolaio infettivo, pur transitato fuori dai confini geografici di quelli noti e studiati, non avrebbe chance di diffusione non solo pandemica, ma neppure semplicemente epidemica, cioè limitata ad una specifica area territoriale?
Intanto, l’assenza documentata di epidemie in un ventennio, cioè molti casi diffusi nella popolazione, è di per sé un’informazione confortante. Ma, oltre al dato epidemiologico che riferisce solo di focolai spenti rapidamente, come pare ormai anche quello della nave da crociera, si associano dati di ordine genomico, molecolare, funzionale e ambientale del virus che risultano totalmente coerenti con l’evidenza osservazionale, che viene così giustificata dalla natura biologica e dal comportamento del virus.
Infatti, ad esempio, l’Andes Hantavirus possiede un genoma segmentato perché l’Rna che lo compone è costituito da tre molecole separate, come i capitoli di un libro che devono essere copiati, assemblati, impacchettati e coordinati con gli altri. Ne consegue che la loro replicazione è molto lenta e non sono tollerati neppure errori, perché sarebbero incompatibili con la sopravvivenza del virus; per cui le mutazioni sono pochissime e quindi non riescono a “bucare” facilmente il nostro sistema immunitario. Esattamente il contrario del Coronavirus che invece non è segmentato perché costituito da un un’unica molecola di Rna, cioè una sola pagina su cui è scritto l’intero libro da ricopiare. La replicazione virale è quindi molto rapida e comporta errori che in questo caso risultano invece compatibili e sorprendono sempre il nostro sistema immunitario, che non riesce a parare tutti i colpi sferrati dalle varianti di un avversario tanto mobile.
Per di più, i Coronavirus si replicano già nelle prime vie respiratorie, a differenza dell’Hantavirus che deve raggiungere quelle più profonde, e quindi ha la possibilità di generare soggetti superdiffusori attraverso l’emissione di aerosol e non solo di pesanti goccioline. E, per finire, l’Hantavirus vive bene nel suo habitat originario fatto di roditori e non ottiene alcun vantaggio adattivo di tipo evoluzionistico cambiando ospite.
Sono queste le differenze che possono trasformare il nostro pavor, cioè la paura irrazionale verso l’ignoto, in un timor, cioè quella sana paura razionale verso il pericolo noto che ci fa mettere in atto tutte le più efficaci azioni per arginarlo.