Mentre in Iran continuano le proteste, con almeno 143 vittime e oltre 7mila arresti, l’intelligence di Teheran fa sapere attraverso l’agenzia di stampa Irna che tra quest’ultimi ci sono anche almeno otto persone “legate alla Cia”. Dichiarazioni che hanno come obiettivo anche quello di sostenere la tesi già esposta nelle scorse ore dalla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, secondo cui le forze di sicurezza hanno sventato una “cospirazione americana”. Nei giorni passati, anche Israele e Arabia Saudita erano finiti nel mirino del regime iraniano e accusati di sostenere le proteste.

“Alcuni elementi che hanno cercato di raccogliere informazioni sui recenti disordini e inviarli fuori dal Paese sono stati identificati e arrestati”, ha spiegato un alto funzionario della Repubblica Islamica. Sei dei fermati sono accusati di aver partecipato ai disordini, gli altri due di diffondere informazioni all’estero. Tutti sono accusati di essere stati “addestrati in diversi Paesi su come raccogliere informazioni come cittadini-giornalisti“.

Secondo il parlamentare iraniano Hossein Naghavi Hosseini, membro della commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera, fino a oggi gli arresti di manifestanti sono stati oltre 7mila. In assenza di un bilancio aggiornato da parte delle autorità, Amnesty International ha denunciato che la repressione delle proteste ha provocato almeno 143 morti accertati, anche se si teme possano essere molti di più.

L’esecutivo alla guida della Repubblica Islamica è sotto attacco anche in altri Paesi mediorientali, in particolar modo nel vicino Iraq, dove le proteste che vanno avanti dall’inizio di ottobre si sono trasformate da manifestazioni contro il carovita a sommosse contro il governo, accusato di essere manovrato da Teheran. Ieri, per la seconda volta dall’inizio delle proteste in Iraq, manifestanti antigovernativi hanno dato fuoco al consolato iraniano nella città santa sciita di Najaf, nel sud del Paese. Azione condannata da Teheran che ha anche chiesto alle autorità di Baghdad di punire i responsabili. La “forte protesta” della Repubblica islamica è stata rivolta all’ambasciatore iracheno nel Paese, ha fatto sapere il portavoce del ministero degli Esteri, Abbas Mousavi, sottolineando “la responsabilità di garantire la sicurezza delle strutture diplomatiche” da parte delle autorità locali.

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