I 26 poliziotti processati per i pestaggi accaduti all’interno della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 non devono risarcire lo Stato. Lo ha deciso la Corte dei Conti della Liguria, assolvendo gli agenti dalla richiesta di risarcimento per danno patrimoniale indiretto. Per i giudici contabili, la condanna all’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) è avvenuta per la mancanza del reato di tortura: “Di detto danno – si legge nella sentenza di assoluzione – non può rispondere altro soggetto diverso dallo Stato”.

Ad aprile del 2016 la Cede aveva condannato lo Stato italiano a risarcire con 45mila euro una delle vittime dei pestaggi. Poi, in seguito ad altri ricorsi presentati, i giudici europei hanno condannato l’Italia a risarcire le vittime del G8 di Genova per i danni morali subiti. La procura contabile ligure chiedeva ai giudici di condannare i 26 poliziotti coinvolti tutti processati penalmente, e tra questi anche gli allora vertici, a un risarcimento di oltre 33mila euro per danno patrimoniale.

Secondo il pm, il danno ‘indiretto’ deve infatti essere addebitato anche a coloro che sono stati condannati per falso. L’accusa sottolineava come i falsi verbali, le false relazioni erano servite a “coprire i reati posti in essere all’interno (e anche all’esterno) della scuola Diaz e dunque per assicurare l’impunità agli autori degli atti di tortura”. Il pm contabile sottolineava anche la lacuna normativa che non prevedeva il reato di tortura. Da qui la richiesta ai 26 poliziotti di risarcire lo Stato con 33mila euro, ovvero il 75% del risarcimento dovuto alle vittime. Per i giudici però, la condanna all’Italia, da parte dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, è avvenuta proprio per la mancanza del reato di tortura, per cui nella sentenza di assoluzione sottolineano come “di detto danno non può rispondere altro soggetto diverso dallo Stato“.

LA CONDANNA DELLA CEDU NEL 2015 – Il blitz della polizia alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, “deve essere qualificato come tortura”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani nell’aprile 2015, condannando l’Italia non solo per quanto commesso nei confronti di uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura. La Corte ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 della Convenzione: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti“. Il ricorso era stato presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all’epoca del pestaggio, militante vicentino di Rifondazione comunista che dalla Diaz uscì con fratture a braccia, gambe e costole che hanno richiesto numerosi interventi chirurgici negli anni successivi. All’epoca il referto dei medici genovesi sottolineò “l’indebolimento permanente dell’organo della prensione e della deambulazione”.

LA NOTTE DELLA DIAZ: 93 ARRESTI, 60 FERITI – La notte del 21 luglio 2001, quando sia il vertice dei “Grandi della terra” che le manifestazioni di protesta erano terminate, diverse decine di agenti della Polizia di stato fecero irruzione nel complesse scolastico Diaz-Pertini che era diventato un dormitorio per i cosidetti “no global” radunatisi a Genova per contestare il G8. Su 93 persone arrestate, con l’accusa di appartenere al “black bloc” protagonista degli scontri più duri delle due giornate precedenti, oltre 60 rimasero ferite nel pestaggio seguito all’irruzione, di cui almeno due in modo grave. La posizione dei 93 fu poi archiviata dalla Procura di Genova nel 2003, mentre il processo contro dirigenti e agenti protagonisti dell’irruzione è terminato in Cassazione nel 2012 con 25 condanne. Il processo ha documentato che la polizia costruì prove false per incastrare i manifestanti, a cominciare da due bottiglie molotov portate nella scuola dagli stessi poliziotti e poi esibite alla stampa tra gli oggetti sequestrati, a riprova della pericolosità degli arrestati.

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