Un documentario su Francesco Rosi più grande della vita. Inzuppatevi pure e godetene tutti di Citizen Rosi. Una meraviglia di ricordi, frammenti, sequenze e parole che la figlia Carolina (assieme a Didi Gnocchi) ha ricomposto e montato con energia e devozione verso il suo papà “Franco”. Se il cinema di Rosi ci ha indicato senso e strada da percorrere per capire la verità politica del nostro paese, dal dopoguerra agli anni ottanta, Citizen Rosi chiude il cerchio sull’uomo e sull’artista, sull’ “ironico e aggressivo” babbo, sul regista potente e spettacolare che ha reinventato, allargato, sconvolto il crinale tra finzione e documentario riscrivendo la storia italiana. Salvatore Giuliano, Il caso Mattei, Le mani sulla città. Basterebbero queste tre cosucce da nulla, in mezzo ai 18 film girati, a rendere Rosi immortale e insuperabile. Un regista totale. Fisicamente e moralmente sempre dentro alla sua immensa storia da raccontare. Imbevuto di quell’impegno civile lindo e sincero di cui oggi si abusa come formaggio sui maccheroni del progressismo cinematografico.

E la bellezza di questo biopic sta proprio in quel legame padre-figlia, in quell’inquadratura sul divano, lei e lui, nulla di sdolcinato, molto di aspro, tanto di amorevolmente affettivo. Il documentario sul cinema di papà per raccontare le radici e le storture dell’Italia. I film di Rosi che scorrono sullo schermo della tv del salottino, le immagini che guizzano e zampillano inesauste sulle carrellate continue che riguardano Luchino Visconti, Gian Maria Volonté, Rod Steiger, Lino Ventura. Citizen Rosi è un lavoro intimo, profondo, umano, uno scandaglio inesausto nel tempo e nei fatti storici, come se il lavoro di papà Francesco sui mali oscuri di una democrazia nata malata non fosse mai finito. Tra i tanti testimoni nel film (Giuseppe Tornatore, Marco Tullio Giordana, Giancarlo di Cataldo, i magistrati Di Matteo e Gratteri) emerge ancora una volta questo sentimento di giustizia sociale e storica, anelito etico inesauribile che Rosi con le “antenne che captano il rumore del tempo” ha saputo trasmettere su un grande schermo, volgendo spesso il suo sguardo nel Sud Italia, dentro a quel cancerogeno coacervo istituzionale mafia/stato.

Quell’idea che l’arte possa andare a fondo, terribile e tagliente, come una spada affilata, a mostrare la verità che travolge tutti e non salva nessuno. “La narrativa cinematografica oltre ad interpretate i fatti della società ne fa, o tenta di farne, poesia”. Grazie Francesco e grazie Carolina. Anche perché se stiamo qui a vergare queste righe è perché, si perdoni l’approccio alla Kezich, 27 anni fa vidi Uomini contro, in loop su Tele+3 per un giorno intero, quattro volte. E il generale Leone è un nemico dell’uomo e del mondo che ancora non siamo riusciti a sconfiggere. Nelle sale solo il 18-19-20 novembre.

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