Il rap è megafono generazionale. Il genere che viene dalla strada, per antonomasia. Nonostante sia ormai uno stereotipo ampiamente superato quello che vuole l’hip hop come espressione strettamente legata a una ribellione che viene dal basso, e nonostante 45 anni di questa cultura ne abbiano stravolto i canoni, esiste sempre un denominatore comune importante: il rap è un megafono generazionale, soprattutto giovanile. In particolare, il genere in Italia sta conoscendo proprio in questi ultimi anni il suo più grande successo. Se negli anni ’90 era stato particolarmente legato a una visione sociale spesso politica o politicizzata, oggi rap e trap coprono un ventaglio di proposte ampio, da artisti che flirtano con il pop e la melodia a cose decisamente più hardcore, fino a chi strizza l’occhio ai suoni sudamericani o alle sperimentazioni. E il bello è che, grazie al fatto – importantissimo – che il bacino d’utenza degli ascoltatori sia concentrato sulle piattaforme di streaming e sul web, bypassando le decisioni e le strategie discografiche e radiofoniche, in tantissimi hanno l’opportunità di emergere.

Tra i fenomeni che hanno segnato il 2019, c’è Massimo Pericolo, al secolo Alessandro Vanetti, varesino (il paese esatto è Brebbia), classe 1992. La sua ‘7 Miliardi’ è apparsa su YouTube lo scorso gennaio e ha fatto il botto: milioni di views e soprattutto un successo vero, trasversale, che lo ha portato in TV sui canali generalisti e sui giornali. Un caso mediatico cresciuto anche grazie a due fatti che hanno immediatamente catalizzato l’attenzione sull’artista: nel video di ‘7 Miliardi’ Massimo brucia la sua vera tessera elettorale; e poi, soprattutto, in buona parte dei testi del suo album ‘Scialla Semper’ si tocca l’argomento del suo arresto, qualche mese di carcere e poi i domiciliari per spaccio (l’operazione dei carabinieri si chiamava appunto Scialla Semper, da cui il titolo del disco). Ma Massimo Pericolo è molto più di una provocazione o dello scalpore della tessera elettorale data alle fiamme. Non è nemmeno la celebrazione di una vita da criminale. Anzi. È, semmai, la deliberata rinuncia ai propri diritti civili che il gesto rappresenta. Le canzoni di Massimo Pericolo sono il racconto disincantato di una generazione che si guarda intorno e capisce che non siamo più l’Italia ricca della generazione precedente, che il benessere diffuso rischia di essere messo a dura prova, e che le incertezze sono l’unica certezza, in un Paese pervaso dal livore, dall’indifferenza, dalla convinzione che anche volendo, le cose non possono cambiare granché. Alessandro Vanetti è finito in carcere perché spacciava, e spacciava per sopperire alle difficoltà economiche famigliari. Nulla di gangsta, nulla di epico. Anni luce anche dall’auto-celebrazione fittizia e tanto esacerbata da diventare ridicola, grottesca, di molti suoi colleghi che si sono fatti prendere un po’ troppo la mano da Instagram e dalla bella vita messa in mostra a uso e consumo di un pubblico affamato di pettegolezzi da portineria.

Salto temporale: dieci mesi dopo quel click che ha messo online il video di ‘7 Miliardi’, Massimo Pericolo sta cantando sul palco dell’Alcatraz di Milano, in un concerto tutto esaurito (e con la gente fuori in coda) insieme a Speranza e Barracano, in un tour di sette date in giro per l’Italia, tutte sold out. E se Barracano è un po’ acerbo (ma ci sta, in carniere ci sono comunque pezzi che promettono bene), Speranza condivide il vissuto borderline e la visione disillusa della vita di Massimo Pericolo, pur avendo una provenienza geografica diversa: è un casertano che ha vissuto per anni a Marsiglia. E sul palco è dinamite, l’Alcatraz (quasi 3mila spettatori presenti) è la miccia, e la serata è esplosiva. Pura energia. Speranza ha i pezzi, ha qualche hit che il pubblico conosce bene: ‘Chiavt’ A Mammt’, ‘Manfredi’, ‘Pagnale’, ‘Spall A Sott’. Canzoni dal beat stentoreo, potente, su cui la voce roca e possente di Ugo Scicolone (questo il nome di Speranza all’anagrafe, il cognome, curiosità, è lo stesso di Sophia Loren), casertano di madre francese, dimostra come si rende popolare e digeribile anche a Milano il rap cantato in dialetto. Poi arriva Massimo Pericolo, si capisce che il vero protagonista è lui. Un’ovazione continua, i testi cantati a memoria. ‘Sabbie D’Oro’, ‘Polo Nord’ (con la citazione di Gigi D’Agostino e Dynoro) sono inni. ‘7 Miliardi’ è di più: l’Alcatraz trema, tutti cantano, anzi gridano le parole di un pezzo che è pura disperazione. È sincero. È un ragazzo che si mette a nudo e si crocifigge in pubblico. E questo è il genere di sincerità che arriva a fondo, che tocca il cuore di chi ascolta, di chi a vent’anni come a trenta soffre le frustrazioni di non riuscire a farcela.

Una scenografia minimale, basica, poche luci, consolle e microfono. Pochi ospiti, valore aggiunto, non richiamo per il pubblico. E performance di alto livello. Il concerto di questi tre è stato un successo, ma ancora di più, è stato importante perché ha messo sulla mappa un rap diverso, lontano dagli stereotipi, e vera alternativa nella musica italiana di oggi. Il seme, forse, di ciò che ci aspetta negli anni ’20. Crookers insieme a Nic Sarno: Phra non è solo, da anni, il producer italiano più illuminato e lungimirante; se la gioca a livello mondiale, per originalità, scelte stilistiche, capacità di essere avanti (a volte pure troppo). E lo stesso discorso vale per Nic, personaggio dal profilo certamente più discreto ma non per questo meno talentuoso e abile in quanto a originalità e capacità in studio. Se esiste una meritocrazia, è giusto citarlo, evidenziare il lavoro importantissimo di questo artista. Di fatto, questa nuova via apre all’Italia una strada molto originale per il rap, qualcosa che suona vicina, idealmente, a quanto è stato sviluppato in Francia e ancora di più nel Regno Unito, dove il grime ha imposto, per suoni, testi e metriche, un’interpretazione dell’hip hop che invece di prendere le mosse da quanto succede in America e arrivare sempre, inevitabilmente, in ritardo, scarta di lato e batte strade originali.

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