Eminem nei guai per il testo di una canzone. Sai che novità. La carriera di Marshall Mathers III è da sempre al centro di polemiche, anche pesanti, per i suoi testi. E dal canto suo, il rapper ci ha sempre giocato, ne ha fatto una cifra stilistica. Alla fine degli anni ’90, l’America mostrava tutte le sue psicosi, le sue frustrazioni, la sua schizofrenia attraverso la musica. La Interscope Records di Jimmy Iovine era l’etichetta che gettava benzina su questo fuoco, facendone un incendio: Marilyn Manson, Nine Inch Nails, 2 Pac, e insieme alla Death Row di Los Angeles i primi dischi di Snoop Dogg e Dr. Dre.

Proprio Dr. Dre e Iovine si accorgono di un talento assolutamente fuori dai canoni. Un rapper dotatissimo, tagliente, che nei suoi testi è caustico e non ha nulla da perdere. Non racconta di quanto è figo, di quante donne o macchine abbia, e nemmeno delle difficoltà del ghetto. Semplicemente, vomita nel microfono una vita da perdente, da penultimo, la storia di uno che i muscoli di un Paese iper-capitalista hanno messo al tappeto. Viene da Detroit (città sprofondata nella crisi post-industriale) e ha la pelle bianca. Si fa chiamare Eminem, si legge come EM-EN-EM, il famoso confettino al cioccolato. I due capiscono di aver fatto tredici.

Da subito, Slim Shady si diverte a mettere nei suoi pezzi un misto di sarcasmo, pesantissima ironia e una buona dose di auto-analisi e di sentenze sul mondo che non fanno sconti a nessuno. Nemmeno a se stesso. Nemmeno a sua madre, che lo denuncia nel 2000 perché in più brani ne parla come di una tossica da farmaci (più altre tenerezza assortite). Non risparmia gli attacchi alle star, l’omofobia, una certa misoginia. È costantemente al centro della bufera per dire cose scomode, deliberatamente antipatiche, irritanti. Si attira le ire di molti, si attira l’idolatria dei fan. Perché è bravo, è fenomenale, a suo modo geniale, e sa come dire nel modo giusto, o meglio “giustamente sbagliato”, cose che ad altri costerebbero carissime in termini di carriera.

Negli anni, un pochino si ammorbidisce. Tra i suoi successi recenti, un paio di pezzi insieme a Rihanna, una delle principali star mondiali negli anni ’10. Lui che rappa come lei, lei che canta con lui. Oggi, però, di nuovo, Eminem è nel mezzo di una polemica forte: sul web emergono spesso gli scheletri negli armadi, e così ricompare una strofa che Shady aveva registrato per un pezzo insieme a B.o.B, in cui prende le parti del cantante Chris Brown, in passato finito in tribunale proprio per le percosse a Rihanna, ai tempi in cui i due stavano insieme. Le foto di RiRi con il volto tumefatto dalle botte hanno fatto il giro del mondo (non era una cosa da poco, Rihanna passò diversi giorni in ospedale e dovette cancellare delle performance per le condizioni di salute nonché estetiche), e sono state un momento importante nel cambio di prospettiva su come l’opinione pubblica ha cominciato a raccontare in modo sempre più netto ed evidente il modo schifoso, vigliacco e malato in cui si aggrovigliano certi rapporti. Eppure, Eminem – di certo non un paladino dei diritti delle donne, come la maggior parte del mondo hip hop, stando ai testi che ancora oggi, nel 2019, parlano troppo spesso di “troie”, “cagne”, con un’oggettificazione francamente ridicola, inutile, davvero fuori tempo massimo anche per giustificarla come scelta poetica – in quella strofa difende, o meglio giustifica Chris Brown.

Let me give my two cents/ of course I support Chris Brown/ I’d beat a bitch down, too/ if she gave my dick an itch now”, rappa. Ovvero, più o meno letteralmente: “Lascia che dia il mio parere, naturalmente sostengo Chris Brown/ Anche io picchierei una stronza/ che mi dà fastidio al cazzo”. Al di là della signorilità, che non ci aspettiamo nemmeno da Eminem – e va bene così – lascia perplessi una strofa in cui proprio si abdica al buonsenso, alla ragionevolezza, per scrivere parole assolutamente compiacenti e cameratesche, solidali, verso una persona che ha compiuto un gesto inammissibile, e dando addosso a un’altra con cui poi l’artista collaborerà più volte e con grandi risultati. Accadeva nel 2011, negli Stati Uniti d’America. La cosa che lascia più sconcertati è che, probabilmente, Eminem si è speso in parole simili soltanto per provocare, per fare quello controcorrente. Infatti nel pezzo compaiono altre parole non proprio benevole verso sua madre (vero ricorrente topos del rapper, immaginiamo il clima alle cene di Natale o del Giorno del Ringraziamento), verso altre donne note come Dakota Fanning e Angelia Jolie (e ci infila pure qualche insulto a Brad Pitt, tanto per gradire, che faccio, signora, lascio?).

Insomma, un classico campionario da spacconata hip hop. Un classico testo da Eminem. Nulla di nuovo sotto il sole. Se non per la strofa con Rihanna, che non riguarda fantasie perverse e caustiche prese in giro, ma un fatto – grave – realmente accaduto e su cui si dovrebbe andare tutt’altro che leggeri. Infatti, la strofa venne tagliata e non fu pubblicata. Riaffiora oggi dai meandri della Rete. È passato del tempo, sono successe molte cose. Gli scandali sessuali a Hollywood, il movimento MeToo, e una presa di coscienza che il mondo occidentale sembra aver finalmente preso nei confronti di un problema diffuso a ogni livello, domestico e pubblico. Talvolta pure con una mano troppo calcata, ma questa è un’altra storia. È importante invece sottolineare come Eminem, alle cui sparate siamo tutti abituati e sulle cui iperboli si può anche sorridere, sia invece finito sotto accusa per un testo del genere. È giusto, c’è un limite, e non è quello della libera opinione: può dire ciò che vuole, può difendere un uomo che picchia la sua donna, ma non deve poi stupirsi se il mondo lo manda al diavolo. Nonostante si tratti di una vecchia strofa mai pubblicata, è giusto che Eminem dica la sua, ma se fa il fenomeno è giusto che si prenda le sue bastonate dal pubblico.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Sei arrivato fin qui

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it e pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi però aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Diventa Sostenitore
Articolo Precedente

Non si può più raccontare la società americana senza raccontare il rap

prev
Articolo Successivo

Fred Bongusto morto, addio al cantante di “Una rotonda sul mare”: aveva 84 anni

next