Un altro libro sulla storia del rap? E per di più scritto da un italiano? La risposta “non sono così sicuro che ne abbiamo bisogno” si stava per manifestare, ma il volume era già sulla mia scrivania e una punta di curiosità non mancava. Così mi sono immerso nella lettura di Rap. Una Storia, Due Americhe di Cesare Alemanni – che sarà presentato venerdì 8 novembre a Roma – e, come spesso accade quando si giudica un libro prima di leggerlo, mi sono reso conto che il pregiudizio era infondato.

Prima di tutto, si tratta di un’opera ambiziosa: oltre 400 pagine che intrecciano la storia degli Stati Uniti e del loro percorso socioeconomico con le storie di molte persone – artisti ma non solo – che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del genere musicale più ascoltato (e, probabilmente, anche più praticato) del nostro tempo. Alemanni ha una conoscenza approfondita dell’argomento, tanto è vero che avverte subito il lettore che anche queste 400 pagine non saranno un trattato esaustivo, delineando già alcuni aspetti che meriterebbero degli ulteriori approfondimenti – e forse altrettanti altri libri – come ad esempio il ruolo delle donne nell’Hip-Hop.

Da ciò si intuisce il secondo pregio dell’opera. È un libro onesto, non apologetico, che non tace sulle contraddizioni, sui difetti e sugli enormi problemi che il rap si porta dietro fin dalla sua nascita, a partire dal rapporto con la violenza, le droghe, il sessismo. Si tratta di un’analisi obiettiva, scritta sicuramente da un appassionato, ma non di una lettera d’amore cieca ai difetti del destinatario.

Ma forse l’elemento che conquisterà di più il lettore è il fatto che si tratta di un libro estremamente scorrevole nonostante gli argomenti anche molto complessi di cui spesso tratta. Scritto benissimo, a volte con la penna del giornalista e a volte con quella del narratore, annotato intelligentemente dovunque serva dare un’informazione tecnica in più a chi è meno esperto della materia.

Infine, ed è un elemento che non va trascurato, Rap. Una Storia, Due Americhe è un libro profondamente italiano, nonostante l’argomento sia saldamente radicato oltreoceano. E questo è il punto che, probabilmente, lo fa preferire ad altri titoli tradotti di autori stranieri. Le lenti con cui osserviamo il fenomeno rap sono la cultura, la sensibilità e (perfino) la semantica italiana: un ottimo punto di partenza per comprendere le reciproche espressioni statunitensi.

Emblematicamente, il lavoro di Alemanni lascia aperta la questione che parecchi si stanno ponendo in questi anni: a fine 2019 possiamo ancora parlare di rap? O il fenomeno che abbiamo studiato e amato è morto, almeno nel senso che aveva nell’epoca d’oro di metà/fine 90?

Qualunque sia la risposta che sentiate di dare a questa domanda, non può più essere trascurata l’evidenza che ormai, anche in Italia, esiste una “letteratura Hip-Hop”, un filone che attraversa trasversalmente il mainstream e l’underground, gli artisti e gli addetti ai lavori. Perché, anche qui e non soltanto negli Stati Uniti, non si può più raccontare la società che viviamo senza raccontare il rap, che ne è la colonna sonora.

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