Da noi (in Italia), quando sorge un problema politico-economico apparentemente insolubile, cosa fanno i nostri eroi partitocratici assisi nelle poltronissime del Parlamento romano? Guardano a ovest, cioè ai nostri maestri americani dominatori da quasi un secolo dell’economia mondiale, per copiare da loro. Infatti tra i nostri leader politici (italiani ed europei) sta diventando prevalente la regola del principio iper-liberista americano che vuole lo Stato sempre più “leggero” e le tasse… puramente “simboliche”.

Quindi, seguendo questa linea (dettata con gran cipiglio dai vertici leghisti) dovremmo anche noi adottare la flat tax, furbata turbo-capitalista di marchio trumpiano imposta insieme ai dazi allo scopo di risanare un’economia che sostanzialmente, nel 2016, era già uscita dalla crisi.

Lo scarso beneficio economico incassato lo scorso anno è già in fase di esaurimento, e all’orizzonte (per noi più che per loro) c’è purtroppo più certezza di una nuova recessione che di improbabili galoppate nella pianura verdeggiante.

Per fortuna, a spiegarci come stanno veramente le cose arriva uno che di economia se ne intende davvero, Paul Krugman (Nobel Economia 2008), che nel suo efficace articolo sul New York Times The Economics of soaking the rich (“Diamo una regolata ai ricchi”) mette finalmente ordine su questa materia. Nell’articolo Krugman interviene a commentare la posizione “frontista” di un manipolo di esponenti del Partito Democratico, tra i quali svettano Bernie Sanders e Elizabeth Warren, candidati presidenziali, sospinti in questa linea da Alexandria Ocasio-Cortez, la giovanissima deputata newyorkese di bella presenza e solida preparazione economica che sostiene con forte determinazione la necessità di alzare, anche fino al 70% e oltre, la tassazione dei ricchi.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, l’intraprendente Ocasio-Cortez sta trovando più consensi tra economisti e personaggi altamente qualificati in economia che tra il popolo stesso (continuamente frastornato dalla propaganda mediatica dei repubblicani e dei loro ricchi sostenitori).

Krugman infatti non è l’unico premio Nobel in Economia a darle ragione: ci sono anche Joseph Stiglitz, Diamond e molti altri grandi economisti, tra cui Saez, Romer, Zucman, Summers, ecc., che non vedono controindicazioni nell’applicare ai ricchissimi un alto livello di tassazione, già lungamente applicato nel secolo scorso per consentire al famoso “ascensore sociale” di mantenere le sue promesse e creare quel magico momento della storia americana diventato sogno ad occhi aperti per tutti i popoli del mondo – del quale però oggi è rimasto solo un glorioso ricordo. Quello che è incontestabile è proprio il fatto che lo scalino massimo di tassazione mai raggiunto nelle grandi economie furono proprio gli americani del Dopoguerra ad applicarlo a larga scala (vedasi tabella).

Krugman non ha difficoltà a dimostrare sul piano tecnico che la manovra di Donald Trump sui tassi ha portato minimi benefici (tra l’altro già esauriti) per la nazione, aumentando peraltro, a conti fatti, lo squilibrio tra le classi reddituali: perché è noto che la flat tax, anche se apparentemente sembra favorire tutti, in realtà favorisce molto di più le fasce alte di reddito, che normalmente hanno già molte opportunità di aggirare la piena tassazione attraverso deduzioni, esenzioni, ecc.

La posizione dei democratici a favore dell’inasprimento della tassazione sui ricchi non avrebbe però (come qualcuno crede) grande effetto nel far ripartire la “scala sociale” (a causa delle distorsioni provocate dalla globalizzazione, alle quali Trump non sa e non può porre rimedio nemmeno con la risoluta guerra dei dazi), ma avrebbe almeno un utile effetto sul piano della “giustizia sociale”, perché darebbe impulso almeno al principio dell’equità contributiva.

Krugman porta molti altri argomenti a favore di questa proposta, ma non è questa la sede per discutere di “utilità marginale” o di “economia competitiva” (per ragioni di spazio più che di complessità). Anche considerando che gli scaglioni di reddito comunque rimangono (grazie alla Costituzione), se la tassa massima resta (com’è adesso in America) al di sotto del 40%, il contributo alla nazione che ciascuno dà nella misura della propria capacità contributiva è semplicemente ridicolo per chi ha alti redditi. Non c’è paragone rispetto al sacrificio che devono fare coloro appena al di sopra della soglia di esenzione. Pesano più 100 euro di tassa a chi ne guadagna mille che 50 milioni a chi ne guadagna 100.

Fortunatamente non tutti i ricchi sono avidi ed egoisti. Warren Buffett per esempio, pur essendo il numero uno degli investitori e uno degli uomini più ricchi del mondo, dà anche lui ragione alla Ocasio-Cortez e agli altri economisti citati sopra, e lo dice a chiare lettere nella risposta data a Nicholas Kristof del NYT, che nel suo articolo (con chiaro riferimento a Krugman) titola Should we soak the rich? You bet! (“Dobbiamo dare una ‘strizzatina’ ai ricchi? Certo che sì!”), elencando diverse ragioni a sostegno della linea economico-sociale rivendicata dai democratici e da Buffet, di cui riporta una splendida frase: “There’s class warfare, all right. But it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning.” (“C’è la lotta di classe, è vero. Ma è la mia classe, quella dei ricchi, che la combatte, e noi la stiamo vincendo”). Chiarissimo!

La classe dei lavoratori è stata annientata dalla contemporaneità di globalizzazione, intelligenza artificiale ed elettronica e dall’egoismo dei ricchi. Siamo in democrazia, potremmo vincere ancora noi col voto, ma solo stando uniti e cominciando a farlo valere contro i furbacchioni infiltrati nella politica.

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