Siamo già in piena guerra dei dazi, dei tassi e delle valute. Tutti ne parlano ma nessuno spiega nella sostanza cosa sta realmente avvenendo. La banalità si è rovesciata: invece di fare e dare una analisi completa del terremoto (per ora solo nella fase preliminare) che si prepara a colpire l’economia globale, i media ci spiegano con frequenza quotidiana solo la fluttuazione dei principali titoli nel mercato, con particolare enfasi solo sullo spread. Come se lo spread fosse unico! Titoli decennali nel mercato (anche considerando solo quelli europei) ce ne sono molti e ha poco senso considerare solo quelli tedeschi per un serio confronto.

Ciò che conta però è ormai quello che accade nell’economia globale, disturbata da un paio d’anni oltre che dall’inarrestabile crescita economica della Cina (paese comunista!) soprattutto dalla invadenza, supponenza e sregolatezza del presidente americano. Influenza che, anche se con qualche ragione, viene dal personaggio esercitata spesso fuori tempo, fuori misura e fuori anche dai consuetudinari rapporti di bon ton vigenti in questo campo.

Non è stato certo Donald Trump a conquistare per gli Stati Uniti d’America la posizione di leader globale. Questa posizione si è consolidata nel Dopoguerra grazie alla forte crescita economica della federazione statunitense, ma soprattutto grazie all’impetuosa crescita del ceto medio americano nel periodo da Eisenhower fino a Carter; poi il benessere della nazione è continuato (sostanzialmente anche durante la Grande Recessione), ma non quello del ceto medio.

Questo fattore, insieme a quelli ben noti scatenati dagli eccessi delle banche nella concessione di mutui e da fantasiose operazioni finanziarie ad alto rischio ha prodotto, oltre al crollo del 2008, una fase depressiva superficiale durata dieci anni (che ha intaccato quindi la capacità reddituale del ceto medio, ma non la base economica e produttiva del paese). Fase superata completamente solo nell’ultimo anno della presidenza Obama.

L’arrivo di Trump alla Casa Bianca, con la sua politica ultracapitalista, non poteva che generare ulteriore benessere in chi ne aveva già in abbondanza. Si è assistito perciò, nel 2017 e nel 2018 in tutto il paese, a una crescita assolutamente anomala del buy-back, ovvero a un acquisto straordinario di azioni proprie. Con questa tecnica le grandi aziende, invece di reinvestire gli utili (dopo la distribuzione dei dividendi), comprano in Borsa quote dei loro stessi titoli, creando quindi una specie di riserva di capitale e facendo un bel regalo ai loro azionisti, che vedono aumentare la solidità del proprio investimento. Così però a livello macroeconomico resta penalizzata la crescita del Pil che, nonostante il contemporaneo varo della Flat Tax trumpiana (altro grande spreco di risorse pubbliche), non trova nel paese energia sufficiente per andare oltre un deludente 3%.

Anche l’altro indicatore “chiave” dell’economia, quello della disoccupazione, arrivato al 3,5%, è talmente buono da diventare controproducente, perché la mancanza di lavoratori fa crescere il costo del lavoro (con pericolo di innescare un ciclo inflazionistico) e fa aumentare la richiesta di immigrati (proprio il contrario di quello che voleva Trump!).

Trump cerca quindi altri stimoli per l’economia americana e litiga persino col presidente della sua Federal Reserve (che proprio lui ha nominato) per ottenere un ribasso dei tassi e la ripartenza di una nuova fase di quantitative easing, entrambi espedienti normalmente usati per risollevare una economia in crisi. Così però Trump non solo mette a rischio l’indipendenza della Banca Centrale Usa, ma contribuisce egli stesso a creare quella turbolenza nei mercati che poi impediscono all’economia di tornare a crescere.

A questo punto occorre però dire quello che nessuno vuole dire, e cioè che una reale ripresa non ci potrà essere se non c’è prima un reale riaggiustamento dei valori di borsa, di tranquillità nei mercati e di ritorno ad una più equa distribuzione della ricchezza anche nella fasce reddituali da troppo tempo gravemente penalizzate e sfruttate. Stiamo assistendo a un tentativo di evitare la recessione attraverso un “atterraggio morbido”, avviando cioè una nuova crescita senza passare dalla “purga” di una crisi che faccia pulizia nei mercati.

Non ci sono alternative. Gli stimoli monetari possono fungere da motorino di avviamento, ma l’economia reale cresce solo se nel paese si spende di più. Trump spende molto, anzi troppo, ma nel modo sbagliato. Bisogna far lavorare molto di più la classe media, pagarla meglio e impedire che il lavoro si faccia all’estero. In questa fase anche i lavori apparentemente inutili sono utili a far ripartire l’economia.

Senza questo modello di intervento sull’economia reale non può esserci consistente crescita, avendo già usato (fuori tempo) gli interventi monetari classici ed essendo comunque limitato a una breve tempistica quello del quantitative easing. Rimarrebbe quindi solo il passaggio obbligato di una nuova recessione che, non avendo nel frattempo risolto nessuno dei problemi emersi nel 2008, avrebbe un impatto più ampio e profondo della precedente, sia per la sua maggiore estensione globale sia per il fatto di avere già usato anzitempo le poche tutele per debellarla. Può finire molto male.

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