Alien, 40 anni dopo. Ma quello xenomorfo chi l’ha creativamente davvero partorito? Il documentarista Alexandre O.Philippe con Memory – The origins of Alien (in questi giorni nelle sale del Trieste Science+Fiction Festival) offre un’osservazione trasversale, sinuosa e ipnotica sulla possibile origine del mito. Già, perché in questa atipica raccolta di testimonianze, di documenti d’archivio e supposizioni sull’Alien, manca intanto, parecchio volontariamente, Ridley Scott. Mentre a farla da padroni sono Dan O’Bannon (ufficialmente sceneggiatore del film) e H. R. Giger (il creatore della figura aliena e del clamoroso inquietante chestburster).

Di O’Bannon parla principalmente la vedova, Diane, che ricorda della fervida immaginazione grafica del marito mostrando bozzetti in cui si delinea ben prima degli anni settanta l’immagine di quello che diventerà il mostruoso protagonista del film. La tesi di una primogenitura pressoché totale di O’Bannon sull’intera operazione Alien si rinforza quando la donna mostra la sceneggiatura di 29 pagine datata 1971 scritta dal marito (intitolata proprio Memory), e poi si arriva al contatto diretto di O’Bannon con H.R.Giger: “Io, i produttori, e il futuro regista Walter Hill vorremmo te”, scrive lo sceneggiatore. E Giger in un raro filmato d’epoca conferma che O’Bannon gli fece vedere i suoi bozzetti e gli diede delle dritte, che lui seguì per poi comporre una delle icone più riconosciute universalmente del cinema di fantascienza. TCGMpj2F[Jwplayer]

Altro aneddoto interessante: l’ispirazione narrativa per Alien proviene dell’ossessione per gli insetti che l’O’Bannon ragazzino, isolato in una fattoria del Missouri, aveva provato per decenni. Altro aneddoto davvero immersivo e totalizzante, spiegato dall’attrice Veronica Cartwright, è che tutti gli attori del film, che Scott piazza spesso in un’unica inquadratura, poco prima che il petto di John Hurt/Kane esploda sotto la pressione della testa dello xenomorfo, si dovettero sorbire il puzzo infernale della protesi dell’attore riempita di vere frattaglie che poi sarebbero esplose, ma che nel frattempo sotto i fari del set si erano putrefatte.

Philippe gira largo rispetto alle polemiche personali, assegnando comunque paternità e gerarchie creative, poi mescola le carte persuasive provando ad elencare un substrato cultural/antropologico collettivo su cui la creatura mostruosa ha preso corpo. Secondo gli intervistati di Philippe c’è davvero di tutto: dai deliri di Lovercraft all’arte di Francis Bacon, da Hieronymus Bosch ai draghi medioevali, dalle figure dell’antico Egitto alle Erinni greche, fino, appunto alla paranoia degli insetti dello stesso O’Bannon. Una suggestione iconica ed estetica dietro l’altra che prova a traghettare l’esplorazione, a dire il vero in modo un po’ confusionario, sui significati politici dirompenti nel film. “Spero che dopo aver visto Memory il pubblico non sia mai più in grado di guardare Alien allo stesso modo. Spero che gli spettatori pensino al cinema come ad un moderno canale per parlare del mito in maniera diversa e più profonda, o come ad un misterioso meccanismo del nostro inconscio collettivo”.

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