Il Parlamento europeo ha recentemente approvato una risoluzione con cui si condannano fermamente le continue restrizioni dei diritti umani in Egitto, sottolineando che si tratta di una situazione che impone di rivedere le relazioni con il Paese. Si condanna fermamente l’ultima repressione avvenuta in Egitto in seguito alle pacifiche proteste. Nelle ultime settimane le autorità egiziane hanno arrestato arbitrariamente oltre 4300 persone che hanno protestato contro la corruzione sistemica, la repressione e le misure di austerità chiedendo le dimissioni del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi. Gli europarlamentari di fronte a tutto ciò hanno chiesto la fine di tutti gli atti di violenza e la liberazione immediata di tutti i difensori dei diritti umani, detenuti o condannati per aver svolto il loro lavoro.

Secondo Amnesty International le autorità egiziane hanno effettuato arresti mirati di giornalisti, attivisti e politici. Numerosi avvocati in rappresentanza di detenuti sono stati arrestati mentre svolgevano il loro lavoro. “Il governo Abdel Fattah Al-Sisi ha orchestrato questa repressione per reprimere il minimo segno di dissenso verso il governo”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice della campagna nordamericana di Amnesty.

Per il regime di Al Sisi si paventa uno stop delle relazioni diplomatiche e soprattutto dell’export. Nel 2018 dall’Italia sono state autorizzate per l’Egitto 6 esportazioni di sistemi militari del valore di oltre 69 milioni di euro che, spiega Rete Disarmo, fanno del Paese del generale Al-Sisi il terzo acquirente di armamenti italiani tra gli Stati non appartenenti all’Ue o alla Nato. Sono inoltre state svolte, anche sulla base di licenze rilasciate negli anni scorsi, 61 esportazioni di sistemi militari del valore complessivo di 31.400.207 euro.

Dalla Relazione al Parlamento non è possibile conoscere gli specifici modelli degli armamenti esportati, ma è documentata l’autorizzazione per l’esportazione nel 2018 di “armi e armi automatiche di calibro uguale o inferiore a 12,7 mm”, di “bombe, siluri, razzi, missili e accessori”, di “apparecchiature per la direzione del tiro”, di “apparecchiature elettroniche” e di “software”.

Se da una parte il ruolo egiziano nel Mediterraneo rappresenta un fattore di stabilità di primaria importanza per la stessa Unione europea, i rapporti con alcuni dei suoi Stati membri conoscono delle fasi alterne. Molto forti e sviluppate sono le relazioni dell’Egitto con Francia e Germania e ovviamente Italia soprattutto da quando l’Eni ha scoperto il giacimento di gas di Zohr, il più grande giacimento nel Mediterraneo, che sta generando enorme soddisfazione e soprattutto ricchezza.

Di certo tra Italia e Egitto non c’è solo il business delle armi o del gas. In Egitto operano più di 100 aziende italiane tra cui Banca Intesa Sanpaolo, che nel 2006 ha comprato Bank of Alexandria per 1,6 miliardi di dollari. Poi Italcementi, Pirelli, Italgen, Danieli Techint, giusto per citarne qualcuna. Da contraltare a tutto ciò c’è però il caso Regeni su cui l’Italia chiede da tempo di far luce. Questa volta il Parlamento europeo va oltre una semplice “sculacciata” nei confronti di Al Sisi sperando di far leva anche sul cosiddetto Hizb al-kanaba, e cioè “il partito del divano”. Quest’ultimo indica una categoria di cittadini, spesso appartenenti alla classe medio-alta, che scende in piazza solo quando i suoi interessi vengono minacciati.

L’ultima apparizione dell’Hizb al-kanaba si era registrata nei cortei del 2013 contro Mohammed Morsi, prima di rivederlo in questi ultimi due mesi dell’anno! Al Sisi sa di aver un ruolo strategico ma a tirare troppo la corda potrebbe essere pericoloso visti i problemi economici che cerca di mascherare con la propaganda come nel caso ultimo della guerra all’Etiopia per la costruzione di una diga sul Nilo Azzurro.

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