di Roberto Iannuzzi*

L’accordo siglato recentemente a Sochi da Russia e Turchia ha posto l’ultimo sigillo sul ritiro americano dalla Siria nordorientale, evidenziando ulteriormente l’entità della disfatta statunitense nel paese levantino.

Sebbene permangano incognite sulla sua implementazione, complessivamente l’intesa pone un argine all’offensiva turca, sancisce il ritorno dell’esercito siriano sul confine nordorientale (con il conseguente riconoscimento implicito del presidente Bashar al-Assad da parte di Ankara, e con una riconciliazione fra curdi siriani e governo di Damasco che resta però ancora tutta da definire) e rafforza il ruolo di Mosca come principale mediatore nel paese.

L’accordo sancisce anche un ulteriore allontanamento della Turchia da Washington, mentre il dispiegamento di truppe russe a Manbij, Kobane, Tabqa, Qamishli e Hasakah suggella l’espansione della sfera d’influenza di Mosca fino all’estrema propaggine nordorientale della Siria, lasciando le residue forze americane isolate nel Sudest del paese. Il grosso del contingente Usa (circa 700 soldati) ha già valicato il confine con l’Iraq, dove però il governo ha fatto sapere di considerare il loro stazionamento come temporaneo, perché il numero delle truppe statunitensi non può superare il tetto dei 5mila soldati già presenti sul suolo iracheno.

Nel frattempo, con una condotta alquanto grottesca, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump hanno continuato a esercitare pressioni sulla leadership curda delle Forze democratiche siriane (Fds) affinché non dialoghi con Damasco, suggerendole invece di allacciare rapporti con quelle stesse milizie islamiste che hanno devastato i villaggi curdi nella recente offensiva turca – probabilmente un maldestro e disperato tentativo, da parte americana, di ricucire i rapporti con Ankara.

Membri del governo statunitense, infatti, sperano tuttora di mantenere una residua presenza Usa in Siria, in particolare una forza di 150 soldati a Tanf, avamposto desertico al confine con la Giordania, e un altro drappello di almeno 200 uomini a Deir Ez-Zor, più a nord, dove sono situati i principali pozzi petroliferi del paese. La presenza americana, insieme alla componente araba locale delle Fds a guida curda, avrebbe l’obiettivo di continuare a impedire lo sfruttamento di queste risorse da parte del regime siriano.

Si tratta tuttavia di un tentativo sempre più velleitario e irrealistico, da parte di Washington, di continuare a influenzare gli eventi siriani. Esso comporterebbe grossi rischi per una forza così esigua e isolata, che probabilmente potrà essere rifornita solo per via aerea aprendo scenari da “Fort Apache”, come ha sottolineato l’ex inviato speciale americano in Siria Brett McGurk. Se Trump dovesse dare il via libera definitivo a un’opzione così strampalata, il precipitoso ritiro (con relativo tradimento dell’alleato curdo) a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi potrebbe non essere l’ultimo episodio inglorioso della permanenza statunitense in Siria.

La recente débâcle Usa va tuttavia al di là delle responsabilità di Trump e dell’attuale amministrazione. La frattura con la Turchia risale alla decisione dell’ex presidente Barack Obama di affidarsi alle Ypg, il braccio militare della leadership curda in Siria, per combattere l’Isis. Le Ypg hanno legami storici con il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan considerato una minaccia esistenziale da Ankara.

Dopo lo scoppio della rivolta siriana, il governo turco aveva minacciato fin dal 2012 la creazione di una zona cuscinetto nel nord della Siria, per impedire che questo territorio divenisse una retrovia del Pkk. L’alleanza tra Washington e i curdi siriani ha dunque contribuito a spingere Ankara verso gli avversari dell’America in Siria – Mosca, e in second’ordine Teheran.

A ciò si aggiunga che nessuno stato confinante vuole un’entità curda autonoma nella regione. L’idea statunitense di appoggiare uno staterello a guida curda, privo di reale sostenibilità economica e senza sbocchi al mare, circondato da paesi ostili ed etnicamente disomogeneo al suo interno (la maggioranza araba al di fuori delle enclave curde ha spesso mal digerito l’egemonia curda imposta da Washington) era destinata al fallimento fin dall’inizio.

Poche migliaia di soldati americani (ridottisi ad appena mille dopo che nell’aprile 2018 Trump aveva manifestato per la prima volta la propria volontà di ritirarsi definitivamente dalla Siria) non avrebbero mai potuto difendere un territorio così esteso e difficile, devastato dalla guerra contro l’Isis, e nella cui ricostruzione gli Usa non hanno investito nulla.

Quando lo scorso 6 ottobre il presidente turco Erdogan comunicò a Trump la propria intenzione di compiere un’offensiva oltreconfine, Washington non aveva nessuno strumento di dissuasione, al di là della propria declinante influenza politica, per fermarlo. Il Pentagono era consapevole che l’unica opzione percorribile era ritirare le poche decine di militari americani schierati sul confine per evitare che rimanessero isolati ed esposti al fuoco incrociato turco-curdo.

I soldati statunitensi sono stati costretti a una ritirata precipitosa, rischiando di vedersi tagliare le vie di fuga dalle incontrollabili milizie arabe filo-turche (per dissuadere le quali almeno in un caso è dovuta intervenire l’aviazione Usa), sebbene Ankara avesse garantito la loro incolumità. Se, come sembra, Trump dovesse scegliere di lasciare ancora qualche centinaio di soldati nella Siria sudorientale, un simile scenario potrebbe ripetersi.

* Analista di politica internazionale, autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017).

@riannuzziGPC

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