L’annuncio del ritiro dei mille militari statunitensi dalle aree di confine con la Turchia e la conseguente offensiva di Ankara nel nord-est del Paese hanno di nuovo cambiato gli equilibri tra i protagonisti del conflitto che da 8 anni strazia la Siria, fino al 2011 considerato il Paese più stabile del Medio Oriente e diventato il campo di battaglia di una guerra cui partecipano le principali potenze mondiali.

Nei mesi passati la priorità del governo di Damasco era stata quella di infliggere il colpo finale alle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico, con le battaglie nell’area di Deir Ezzor, in particolare nella città di Baghuz, e portare avanti l’offensiva anti-jihadista nella provincia di Idlib. Scontri che avevano relegato in secondo piano i colloqui di pace tra le varie fazioni: il regime di Bashar Al Assad supportato dalla Russia e dal resto della cosiddetta Mezzaluna sciita (Iran e Hezbollah), le fazioni ribelli e la coalizione occidentale a guida americana, di cui hanno fatto parte anche le milizie a prevalenza curda delle Syrian Democratic Forces (Sdf) che hanno combattuto sul terreno contro lo Stato Islamico in Siria.

Oggi, con l’offensiva voluta da Recep Tayyip Erdoğan, la questione delle parti in gioco, delle nuove alleanze, dei giochi di potere dei Paesi coinvolti, direttamente o indirettamente, nel conflitto torna d’attualità. Ed è quindi necessario provare a fare chiarezza.

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