“Opponendoci a criteri di valutazione troppo bassi per la pericolosità dei pesticidi per le api, abbiamo voluto porre una semplice domanda: siamo seriamente intenzionati a proteggere l’ambiente? Siamo seriamente intenzionati a proteggere gli organismi viventi? Siamo seri riguardo al Green Deal?”. Così Pascal Canfin (Renew Europe, Fr), presidente della Commissione ambiente del Parlamento Europeo, dopo la sonora bocciatura da parte dell’Assise di Strasburgo della “proposta di regolamento della Commissione Europea di modifica del regolamento (Ue) n. 546/2011 per quanto riguarda la valutazione dell’impatto dei prodotti fitosanitari sulle api da miele”.

Le domande del presidente Canfin toccano i principali nervi scoperti delle politiche ambientali dell’Unione europea: quelli relativi alla serietà e affidabilità dei proclami, degli impegni più o meno solenni, dei mea culpa più o meno penitenziali formulati dalle classi dirigenti europee nei contesti ufficiali, possibilmente in presenza di ragazzine che li rampognano brutalmente. A tacer delle classi dirigenti degli altri continenti, ovviamente.

La risoluzione del Parlamento Europeo, approvata il 23 ottobre, sviluppa e approfondisce quegli interrogativi; dà loro corpo politico e rilievo istituzionale. La lettura dei “considerando” (le premesse) della risoluzione stessa è illuminante, come sempre negli atti comunitari. Nel “considerando A”, gli eurodeputati mettono la Commissione di fronte alle sue stesse affermazioni, evidentemente per imputarle una condotta non proprio esemplare sotto il profilo della coerenza: “considerando che, secondo la Commissione, vi è stato un evidente declino nella presenza e nella diversità di tutti gli impollinatori selvatici europei, tra cui api selvatiche, sirfidi, farfalle e falene. Numerose specie di impollinatori sono estinte o minacciate di estinzione“.

Si richiama poi, al punto “I”, un documento del 2013 dell’Efsa, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare, con la quale quest’ultima “ha aggiornato la metodologia di valutazione del rischio, tenendo conto, tra l’altro, degli effetti cronici sulle api nonché degli effetti negativi sui bombi e le api solitarie”. Tuttavia, accusa l’Europarlamento al “considerando O”, la Commissione, nella sua stesura finale della bozza di regolamento in discussione, ha omesso di dare attuazione proprio ai nuovi, e più garantistici, approdi Efsa poiché “nel 2018, 16 Stati membri si sono opposti all’attuazione degli orientamenti per le api dell’Efsa del 2013 in assenza di un ulteriore riesame, in particolare delle parti relative alla metodologia di valutazione dei rischi cronici”.

Comportamento con il quale l’Esecutivo europeo rinnega se stesso, dato che “il considerando 2 della proposta di regolamento della Commissione stabilisce che ‘è necessario modificare tali principi uniformi per la valutazione e l’autorizzazione dei prodotti fitosanitari alla luce delle evoluzioni più recenti delle conoscenze scientifiche e tecniche” (“considerando Q”).

La conclusione di questo j’accuse dell’Assise di Strasburgo verso il “governo europeo” è tranciante: “la proposta di regolamento della Commissione non rappresenta quindi le evoluzioni più recenti delle conoscenze scientifiche e tecniche, contrariamente a quanto indicato al considerando 2” e, di conseguenza mina altresì l’obiettivo “di assicurare un elevato livello di protezione della salute umana e animale e dell’ambiente”, che è proprio del Regolamento 1107/2009 relativo all’immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari, nonché, ancor prima, degli stessi trattati istitutivi dell’Unione europea (vedi art. 191 Tfue).

In quest’ultimo punto, in particolare, brilla una mirabile interpretazione del progresso scientifico come fondamentale strumento di supporto delle politiche unionali di tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Approccio un filo diverso, per così dire, da quello proprio di quelle bizzarre entità – autoinvestitesi sacerdoti e sacerdotesse della “Scienza Pura”, con diritto di esclusiva – che usano “il metodo scientifico” come una clava contro quelle stesse politiche di tutela.

Il Parlamento europeo conferma, dunque, la sua particolare attenzione alla materia scottante dei pesticidi e del loro impatto sulla salute umana e sull’ambiente. Nello scorso febbraio aveva votato un’altra risoluzione con la quale denunciava “che le attuali pratiche della Commissione e degli Stati membri in merito all’approvazione delle sostanze attive e all’autorizzazione dei prodotti fitosanitari non sono compatibili con gli obiettivi e la finalità della direttiva” n. 128\2009 finalizzata a garantire “l’utilizzo sostenibile dei pesticidi tenendo conto del principio di precauzione”.

Ancora, l’Assemblea unionale stigmatizzava quelle stesse pratiche poiché “impediscono di raggiungere il livello di protezione più elevato possibile e di realizzare una transizione verso un settore agricolo sostenibile e un ambiente non tossico”. In Europa, insomma, in questo campo esiste un dibattito, anche aspro, tra e nelle istituzioni, com’è fisiologico che sia quando c’è di mezzo una questione di tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

In questo Paese, le cose vanno un po’ diversamente, ça va sans dire. Qui si è da poco chiusa una sommessa “consultazione popolare” sul Piano d’azione nazionale pesticidi. A parte il merito del Piano – che in alcuni punti, per non dire nell’impostazione di fondo, ha la stessa pregnanza giuridica di un galateo del fitofarmaco (mai chiamarlo pesticida: è d’un cattivo gusto!) -, quello che lascia perplessi, prima di tutto, è l’assoluta alienità di questa materia dal “dibattito politico” nazionale, per non dire dall’azione di governo, e il suo abbandono alle cure di qualche redattore ministeriale.

Come se il tema fosse davvero solo un derby (per riprendere il lessico alato degli statisti più à la page) tra ambientalisti e (una parte di) agricoltori, e non riguardasse, invece, beni giuridici fondamentali, come l’ambiente e la salute pubblica, cui garantire una tutela adeguata nella società del rischio: con politiche pubbliche e normative cogenti. Ma qui Ulrich Beck non fa curriculum per poltrone governative, com’è noto.

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