Prima il Venezuela, poi l’Ecuador, adesso il Cile. In passato fu l’Argentina, mentre in Brasile le sommosse furono ai tempi del governo di Dilma Rousseff. Il continente sudamericano non fa che confermare la sua instabilità.

Quello che ha innescato la rivolta in Cile sembra sia stato un aumento di pochi pesos del biglietto degli autobus, ma non era altro che la classica goccia che fa traboccare il vaso. Del resto non c’è alcun bisogno di essere chissà che sociologi o economisti per capire come le sommosse si generino quando la gente non ce la fa più per le condizioni di vita. Già negli anni 60 Rita Pavone cantava “la storia del passato ormai ce l’ha insegnato, che il popolo affamato fa la rivoluzion…”. È banale, ma è solo apparenza, poiché c’è ben altro. Chi è affetto da materialismo, come la maggior parte dei governanti del pianeta, non riesce a vedere altro che la solita “crescita”, con una dimostrazione di creatività degna di un ronzino a fine carriera.

È così che accade che i paesi più importanti della terra sono governati da emeriti imbecilli, mentre fior di ricercatori faticano a trovare fondi e fior di creativi e artisti languono arrabattandosi con mille espedienti, quando sono proprio questi che farebbero davvero la fortuna di un paese. Il grande Spinoza per sopravvivere faceva l’intagliatore di lenti. Una miriade di autori di talento in diverse discipline deve faticare per riuscire a sopravvivere, si tratti di pittura, fotografia, letteratura, sia in Italia che all’estero.

D’altra parte, paradossalmente, il benessere materiale va a braccetto con quello culturale. Nell’antica Roma e nell’antica Cina poesia e filosofia fiorirono quando l’economia girava, ma la cultura, a sua volta, alimentava il benessere materiale, in un circolo virtuoso. In Brasile ci sono ancora fame e miseria eccome, ma quello che sta uccidendo il paese in realtà è l’ignoranza.

La pensa così anche Ivan Tanteri, un regista e attore teatrale italiano molto peculiare, senza dubbio poco conosciuto dal grande pubblico, visto che non calca palchi televisivi, ma molto apprezzato dagli addetti ai lavori del settore, sia in Italia che in Sudamerica. Ha creato diversi nuovi linguaggi teatrali, tra i quali “Teatro Immagini”. Lavora in Cile, Argentina, Brasile e altri paesi e in questo momento si trova suo malgrado in Cile. Mi permetto di riportare un brano di uno scritto, che mi ha inviato ieri da Santiago, nel quale cita Italo Calvino.

Sono in Cile. La situazione è ogni giorno più incasinata, l’esercito sempre più presente, c’è il coprifuoco e qui mentre muoiono giovani io continuo a fare teatro, ad andare nelle scuole semideserte a fare corsi, a insegnare come far vivere i nostri sogni lungo le strade della Fantasia, i pensieri si aggrovigliano e un senso di fuga si sovrappone alla voglia di continuare, lentamente i miei pensieri si sono staccati e hanno iniziato a navigare nei meandri dei ricordi, più che ricordi riflessioni, ma nemmeno, e diventa sempre più nitida la pagina, o meglio il frammento della pagina 170 con cui Italo Calvino chiude Le Città Invisibili quando Marco Polo dice attraverso la penna dello scrittore “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Mi permetto di aggiungere che si palesa sempre più inutile tentare di trovare soluzioni che siano soltanto tecniche ed economiche, all’interno di logiche di potere. Forse è giunto ancora una volta il momento non solo di dare spazio alla bellezza, ma di riconoscere che gli esseri umani – che sono senza dubbio bocche da sfamare – sono pure esseri complessi da nutrire anche nella mente e nello spirito. Esseri coi quali, alla fine, non bastano il bastone e la carota e che forse dovrebbero avere il diritto a “riconoscere cosa in mezzo all’inferno non è inferno”. E farlo durare.

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