Negli ultimi mesi, in Spagna, si è discusso molto dello spostamento dei resti di Franco. Finalmente, dopo anni di battaglie legali, indolenza e imbarazzi, si è deciso di riesumare il corpo del dittatore spagnolo e trasferirlo dall’imponente complesso monumentale di Valle de los Caidos alla cripta di famiglia del cementerio de Mingorrubio.

Non che la nuova sistemazione sia particolarmente angusta: un mausoleo neanche troppo piccolo, che ricorda un po’ l’architettura delle chiese post-conciliari. Nulla però in confronto al magniloquente gusto dell’orrido della Basílica de la Santa Cruz, dove da 44 anni il generalísimo riposava non lontano dalla salma di José Antonio Primo de Rivera.

Qualche giorno fa El Paìs ha pubblicato un bellissimo reportage sulla progettazione della struttura, la cui costruzione costò la vita ad almeno 27 persone, fra le quali molti ex prigionieri repubblicani, in una simbologia macabra che non può non ricordare la costruzione delle piramidi.

Oggi è il giorno. L’elicottero sorvola l’Escorial e si avvicina alla grande croce che sovrasta il mausoleo e domina la valle. Nel frattempo all’interno della basilica si lavora, gli operai forzano il lastrone di 1500 kg che sigilla la tomba ed estraggono la bara. I resti attraversano il lungo corridoio dal quale si accede ai corpi di oltre 33mila caduti della guerra civile (molti dei quali uccisi dagli stessi franchisti), fatti arrivare al Valle de los Caìdos dai cimiteri di tutta la Spagna. Pur non albergando in me il germe della superstizione, trovo discutibile la scelta logistica anche dal punto di vista dello stesso Franco; di fatto il Caudillo e José Antonio hanno dormito per mezzo secolo fra le ossa di un’intera generazione decimata a causa loro.

Finalmente il grande portone si apre e la bara, intorno alla quale la famiglia avvolge la bandiera precostituzionale, raggiunge il carro funebre parcheggiato nel grande piazzale antistante al colonnato. Il prior dell’abbazia benedettina del Valle de los Caìdos, Santiago Cantera, benedice i resti e, fra i familiari, c’è qualcuno che intona il motto: “¡Viva España! ¡Viva Franco!”. Il corpo prende il volo e poi il resto ve lo potete immaginare, il viaggio e il teatro della sepoltura in stile nostalgico di Mingorrubio ve lo risparmio.

Da annotare c’è solo la presenza inquietante del tenente-colonnello Antonio Tejero Molina. Chi conosce un minimo della storia della Spagna repubblicana, o chi come me si è innamorato di Anatomia de un instante, sa che rappresenta meglio di chiunque altro il simbolo della difficoltà della transizione alla democrazia del paese che, dopo il Portogallo, ha vissuto il periodo di dittatura più duraturo d’Europa.

La memoria per immagini mi regala una fotografia impressionante del tempo che è passato. Lo vedo così spaventoso, nel fotogramma del 23 febbraio 1981 che fa da copertina del libro di Javier Cercas, armato e con il cappello tricorno della Guardia Civil, in piedi nell’emiciclo del Congreso de los Diputados. C’è lui, e poi ci sono i deputati, tutti nascosti sotto gli scranni (meno tre: il presidente Adolfo Suárez, il generale Manuel Gutiérrez Mellado e il segretario del Partito Comunista Santiago Carrillo), nel tentativo di risparmiarsi un colpo di mitragliatore.

Lo vedo così innocuo e insignificante oggi, 87 anni, di cui 15 passati in carcere, sguardo stanco e incedere lento, che si trascina ad omaggiare, insieme a non più di 300 nostalgici, la seconda sepoltura di un’ideologia e del suo simbolo.

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