Il 24 ottobre 1929 è ricordato come il giovedì nero di Wall Street. In quel giorno l’indice della borsa di New York registra un consistente e inaspettato ribasso. È l’inizio della più grave crisi economica mondiale di tutti i tempi, con effetti in progressione fino al 1933.

Gli Stati Uniti arrivano da un decennio di espansione. Appare inconcepibile che un istituto di credito possa fallire polverizzando i depositi dei risparmiatori (un destino che toccò quasi a una banca su cinque) o che le azioni diventino carta straccia.

Il 24 ottobre 1929 è l’inizio di successive ondate di panico. Al giovedì nero segue un ancor più disastroso martedì nero, il 29 ottobre, quando vengono svendute a prezzi sempre più bassi oltre 16 milioni di azioni, un flusso di contrattazioni mai più registrato nella storia della borsa di New York.

Negli Stati Uniti la crisi del ’29 ha la sua manifestazione più evidente nel sistema finanziario, ma va ricondotta anche alle strozzature del mercato interno, determinate da profonde ineguaglianze economiche. Il 71% dei cittadini statunitensi ha un reddito inferiore alla soglia minima di sussistenza. Gli esclusi dal boom economico sono gli agricoltori dell’Ovest (che risentono della contrazione delle esportazioni verso l’Europa), un’ampia quota di mezzadri e salariati delle campagne, e il Sud con la sottopagata manovalanza nera. A fronte dei rutilanti anni ruggenti, la società statunitense è percorsa da correnti autoritarie, con movimenti ostili agli immigrati e l’estensione, anche al Nord, del Ku Klux Klan.

Il benessere – ampiamente rappresentato dalla letteratura e dal cinema – è minato da un mercato interno caratterizzato da un eccesso di offerta rispetto alla domanda. Gli acquisti sono faticosi e le famiglie si indebitano con i pagamenti rateali. La produzione è di massa, ma i consumi ancora non lo sono, a causa della sperequata distribuzione dei redditi. La produzione non può essere assorbita dal mercato estero, paralizzato negli scambi dalla contrazione del commercio dopo la Prima guerra mondiale.

Le fasce benestanti e il ceto medio trovano nella borsa il loro strumento di arricchimento. Il mercato finanziario conosce una fase di ininterrotta ascesa dal 1927. Le aspettative crescenti di rialzo sono soddisfatte da nuovi guadagni. Si sviluppa una non disciplinata corsa al mercato finanziario con acquisti a debito, frutto di un largo ricorso di contratti a riporto che permettono di acquistare un titolo senza pagarne interamente il prezzo. I titoli raggiungono quotazioni sproporzionate rispetto al valore reale.

In alcuni comparti l’economia, dopo il 1925, aveva cominciato a inviare i primi segnali di recessione, ma la classe dirigente statunitense è incapace di guardare in faccia la realtà, sia prima che dopo il Big Crash. Nei tre anni seguenti le imprese che non falliscono (ne scompaiono oltre 22mila) vedono mediamente perdere il 90% del valore rispetto alle quotazioni precedenti la crisi. La produzione industriale crolla del 50%, i disoccupati passano da un milione e mezzo nel 1929 a 12 milioni e mezzo nel 1933, con un balzo percentuale dal 10 al 25%.

Complessivamente, nel mondo industrializzato, i disoccupati sono 30 milioni, ma altri milioni di lavoratori sono impiegati per poche ore con una paga misera. In Europa è disoccupato un lavoratore su quattro, con punte ancora più negative in Germania dove i senza impiego sono uno su tre, generando una massa di scontenti che porterà al potere il nazismo. Di fronte a persone che muoiono di fame, nelle campagne si accatastano derrate alimentari invendute arrivando a mettere il grano nelle locomotive o, come in America Latina, a buttare in mare il caffè.

I costi umani e sociali della crisi non saranno mai pienamente quantificati. Un impoverimento generale che porta le persone a cercare qualsiasi strada per riuscire a sfamarsi, uomini sfiancati dalle lunghe file davanti ai cancelli delle fabbriche per cercare di recuperare, con un nuovo salario, la dignità perduta.

Nel 1933 diventa presidente il democratico Franklin Delano Roosevelt i cui provvedimenti bloccano la crisi e riavviano, se pur lentamente, la ripresa. Tutti i governi del mondo si rendono conto che il mercato non si regola da sé, che lo Stato deve intervenire per sostenere la domanda interna e alleviare la condizione economica dei più deboli. In definitiva, la crisi è stata prodotta dal mercato abbandonato a se stesso.

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