Migliaia di conversazioni telefoniche intercettate sulle utenze dei protagonisti del caso Vannini non sono state usate nel processo contro Antonio Ciontoli e i suoi familiari. La difesa della famiglia Vannini, parte civile nel processo, ha ottenuto la copia del cd con gli audio dalla Procura di Civitavecchia solo questa estate: telefonate ascoltate in occasione della preparazione del documentario “Il caso Vannini” prodotto da “Stand by me”, in onda giovedì 17 ottobre alle ore 21.25 sul NOVE. Alcune sono state inserite nel documentario. Ascoltando con attenzione le conversazioni captate dopo l’omicidio sulle utenze di Tonino, Martina, Federico Ciontoli e della signora Maria Pezzillo si scoprono alcuni particolari inediti. Tutte le telefonate sono state ritenute non rilevanti dalla procura di Civitavecchia e dunque sono rimaste fuori dal processo. “Per quello che riguarda le intercettazioni telefoniche – dice l’avvocato della famiglia Ciontoli Andrea Miroli – c’è da dire che queste sono state ritenute talmente tanto poco rilevanti da parte di tutti mi riferisco sia al pubblico ministero che la parte civile che noi che nessuno ne ha richiesto la ammissione quindi non sono mai entrate nel corpo del processo quindi va da sé che quello che non è entrato nel processo è come se non esistesse”.

Alcune però ci sembrano comunque utili per chiarire meglio alcuni punti oscuri della ricostruzione dei fatti e anche per comprendere come sono state svolte le indagini.

Dove è stato colpito Marco Vannini? Lo sparo della Beretta calibro 9 impugnata dal suocero, Antonio Ciontoli, secondo la versione dello stesso Ciontoli, sarebbe avvenuto nel bagno. Questa è la versione ufficiale non creduta dai genitori della vittima ma che invece non è stata messa in dubbio dalla Procura e da due corti giudicanti ed è così divenuta verità giudiziaria nelle sentenze dei giudici di primo e secondo grado. Antonio Ciontoli è stato condannato in primo grado per omicidio con dolo eventuale e in secondo grado per omicidio colposo a 5 anni. Tonino Ciontoli in entrambe le sentenze è stato condannato per uno sparo involontario che ha colpito Marco Vannini. Nella prima i giudici hanno ritenuto che potesse essersi prefigurato il rischio morte quando ha ritardato i soccorsi per paura di perdere il lavoro. Nella sentenza di appello, invece, la Corte ha ritenuto Ciontoli inconsapevole del rischio mortale per Marco. La Cassazione si esprimerà a febbraio.

Una telefonata mai ascoltata prima, tra il padre e il fratello di Tonino Ciontoli, mostra che anche loro non si mostrassero proprio convinti del luogo dello sparo, almeno al telefono.

LA RICOSTRUZIONE DEL FATTO E IL BAGNO – Secondo quanto raccontato dai Ciontoli al processo, versione creduta dai giudici, il 17 maggio sera verso le 23 Marco stava facendo una doccia, seduto nella vasca di casa di Antonio Ciontoli. Nel bagno c’erano Martina e Marco. Ad un certo punto bussa e entra il suocero in bagno. Martina esce. Antonio aveva lasciato nel mobiletto del bagno le sue armi. Marco insaponato e bagnato chiede di vedere le armi ad Antonio. Dopo avere sostenuto inizialmente con i primi soccorritori del 118 che Marco si era fatto male con un pettine a punta cadendo nella vasca e che era vittima solo di un attacco di panico, Tonino Ciontoli ammette finalmente l’esistenza di uno sparo, che sarebbe partito per sbaglio. Lo fa però solo quando Marco arriva al Punto di primo soccorso, il Pit. La versione delle modalità dello sparo però cambierà nel tempo. Nella prima versione, sostenuta fino all’interrogatorio del 2 ottobre 2015, l’arma gli stava scivolando ed è partito il colpo che ha preso Marco nella vasca. La prima versione viene fatta propria e riferita agli amici da tutti i familiari, compresa Viola Giorgini, (assolta nel processo in entrambi i gradi di giudizio, quindi definitivamente), la fidanzata di Federico Ciontoli.

La seconda versione dello sparo invece, che è quella poi sostenuta da Ciontoli fino al processo, immette un gesto nuovo nella sequenza: Ciontoli ha scarrellato (cioè ha portato il colpo in canna) ha mirato e sparato, per gioco a suo dire, pensando le armi fossero scariche. Il colpo ha preso Marco alla spalla destra, attraversato il corpo del ragazzo e dopo aver perforato polmone e cuore si è conficcato nella terza costola sinistra. Il ragazzo morirà per un’emorragia interna alle 3.10 del giorno dopo, 18 maggio 2015. In entrambe le versioni dello sparo fornite da Antonio Ciontoli resta fermo il luogo: il bagno.

Marina Conte, la madre di Marco, sulla versione raccontata dalla famiglia Ciontoli ha dei dubbi, che nascono dal luogo dello sparo. “Io ribadisco che mio figlio non si sarebbe mai fatto il bagno e avrebbe fatto entrare il suocero. Avrebbe fatto entrare Martina nel bagno, come faceva a casa mia”. Gli avvocati della difesa hanno ribadito che il bagno è l’unico luogo compatibile con i racconti dei vicini e con i riscontri probatori. Rispetto a questa ricostruzione, che ripetiamo, è stata ritenuta credibile da due corti e dalla stessa accusa, nelle intercettazioni ci sono due elementi interessanti. Due giorni dopo la morte di Marco Vannini, anche i familiari più stretti di Antonio, in particolare suo padre e suo fratello non avevano le idee chiare sul luogo dove era stato esploso il colpo. O almeno sul punto al telefono non si mostravano affatto sicuri. Eppure entrambi erano stati a casa di Antonio e avevano parlato, rispettivamente da fratello a fratello e da padre a figlio, con Ciontoli.

PRIMA TELEFONATA – 20 maggio 2015, due giorni e mezzo dopo l’omicidio, alle 12.49 il fratello di Antonio Ciontoli, Mauro, chiama casa Ciontoli. I carabinieri che ascoltano le conversazioni la classificano come “importante”. Mauro è stato il primo ad arrivare a casa di Antonio, assieme all’altro fratello Ciro, il 19 maggio, il giorno dopo la morte di Marco. Mauro è ripartito in auto e chiama la casa di Antonio che ha lasciato da poche ore. I due fratelli parlano un po’. Dopo circa 4 minuti Antonio passa il telefono al papà Salvatore, arrivato a casa sua proprio quel giorno. Salvatore e il figlio Mauro parlano soprattutto di come sta Antonio, della fatalità che è accaduta e che il tempo saprà sanare. Ad un certo punto papà Salvatore riporta al figlio Mauro la versione ricevuta a casa, probabilmente da Antonio, cioè che la ferita di Marco sembrava un graffio. Il figlio Mauro rassicura il padre e racconta come ha reagito il fratello e che non usciva sangue. Salvatore a quel punto chiede a Mauro a bruciapelo: “Ma una cosa, Marco stava nel bagno?”. Il fratello di Antonio Ciontoli rimane in silenzio. Un silenzio che si prolunga per 3 secondi. Il padre con un tono meno sicuro a questo punto chiede conferma della versione che evidentemente gli è stata fornita da Antonio e alla quale probabilmente anche lui fa una certa fatica a credere: “Così mi ha detto no lo so… che è capitato nel bagno”. Il fratello di Antonio, Mauro, di nuovo non risponde e aggiunge una frase smozzicata. Il padre non chiede più e continua a raccontare cosa gli ha detto Antonio, ovvero che la pistola gli è scivolata di mano. In pratica il padre racconta la prima versione falsa di Antonio, la stessa che poi cambierà. Ciontoli quindi all’inizio non avrebbe detto la verità nemmeno al papà. Durante questo racconto il fratello continua a stare in silenzio. Fino a quando il papà conclude con un laconico “e vabbuò”.

Mauro Ciontoli ci ha detto che non si ricordava bene quella chiamata e che comunque il suo interesse era stare vicino al fratello non sapere esattamente cosa era accaduto. Il padre, Salvatore Ciontoli, invece non ha voluto commentare.

SECONDA TELEFONATA – Un’altra telefonata è quella tra Federico Ciontoli e lo zio. La chiamata non viene intercettata sul cellulare di Federico ma parte dall’utenza fissa di casa Ciontoli verso l’utenza mobile di Viola che sta con il fidanzato. Federico Ciontoli a un certo punto chiede alla mamma di parlare con lo zio acquisito, Peppe. Federico ha un’attenzione verso la sorella e il padre che sono rimasti a casa quella sera a dormire con gli zii mentre lui è andato a casa di Viola. Federico vuole fare una richiesta specifica allo zio Peppe, marito della sorella di Maria Pezzillo, la madre di Federico appunto. È il 19 maggio sono le 22.42 di sera. Marco è morto da un giorno. Gli zii sono venuti a dare conforto Federico quella sera dorme fuori mentre i suoi dormono in salone probabilmente per fare posto agli ospiti. In questa conversazione Federico dice allo zio “In salone ci sta quello spruzzo là…. Quel coso che spruzza il profumo…. eh se lo spegnete perché quello nella notte richiama i ricordi…. Papà e Martina la dormono, là (…) perché col fatto che quando spruzza il profumo ricorda”. Cosa ricorda in salone quello spruzzino di profumo? Abbiamo fatto sentire questa intercettazione ai genitori di Marco Vannini. “Sembra che parlino in codice, io mi chiedo come mai in quel frangente pensavano al profumo, evidentemente serviva a nascondere qualche odore”, dice il padre Valerio. “Erano fumatori loro avevano uno spruzzino per ambiente che usavano per l’odore di fumo” spiega la mamma Marina. La frase di Federico sullo spruzzino da spegnere perché ‘quello nella notte richiama i ricordi’ riferita come fosse un’attenzione verso il padre e la sorella lascia perplesso il padre di Marco Vannini. “Perché ricorda in salone se tutto è accaduto di sopra nel bagno?”. Abbiamo provato a sentire Federico e lo zio su questo particolare non ci hanno risposto. L’infermiera del 118 intervenuta quella sera, Ilaria Bianchi, sentita in occasione del documentario, non ricorda odori o profumi particolari in casa. Il generale Luciano Garofano, ex comandante dei RIS di Parma e consulente della parte civile nel processo Vannini ha commentato questa telefonata definendola “strana”.

Quando i soccorritori giungono a casa Ciontoli nella notte tra il 17 e il 18 maggio la versione ufficiale fornita ai sanitari è quella di una caduta in bagno, di un attacco di panico, una puntura di pettine, comunque nessuno sparo. Nonostante – stando alle versioni fornite al processo dagli stessi Ciontoli – fosse già stato trovato per terra da Federico Ciontoli un bossolo. Nonostante quel bossolo avesse convinto lo stesso Federico a spingere il padre a chiamare l’ambulanza. Il generale Angelo Garofano non crede alla mancata consapevolezza dei familiari di Tonino Ciontoli proprio perché lo sparo fa rumore e lascia un odore molto forte. Perché Federico chiede allo zio di rimuovere un deodorante per ambienti dalla stanza in cui dormono papà Tonino e la sorella Martina? Quali sono i ricordi che quello spruzzino richiamava? Domande che gli investigatori non hanno mai posto a Federico Ciontoli. Noi abbiamo provato a chiederlo a Federico Ciontoli ma non ha risposto a un nostro messaggio. Comunque lo scopo è sempre quello di diradare i dubbi da vicende che magari non avranno alcun significato particolare ma che sono da chiarire. I carabinieri nel brogliaccio su quella telefonata scrivono ‘da valutare’. Evidentemente l’avranno valutata non rilevante.

TERZA TELEFONATA – C’è poi una telefonata del 22 maggio 2015 nella quale Viola Giorgini, la fidanzata di Federico Ciontoli (lo ricordiamo, assolta in entrambi i gradi di giudizio) parla con un’amica. La chiamata è classificata dai carabinieri nel brogliaccio come “molto importante”. Viola critica il cugino di Marco, Alessandro Carlini, e poi anche tutta la famiglia per essere andati in tv a porre domande sull’accaduto. Due giorni prima Alessandro era infatti stato ospite, ovviamente senza prendere un euro, della trasmissione “Chi l’ha visto” condotta da Federica Sciarelli su Rai3, la prima trasmissione che si è occupata del caso Vannini.

Soprattutto nella telefonata Viola racconta all’amica come è andata quella giornata facendo propria la versione di Antonio Ciontoli (l’arma è scivolata e il colpo è partito, non se ne sono accorti, la ferita non era ben visibile). Aggiunge però un particolare nuovo rispetto alle versioni ufficiali della famiglia Ciontoli, ovvero che le pistole sono state tutto quel 17 maggio “appoggiate sul divano”. Anche questa intercettazione come le altre non è stata valutata nel processo perché non ritenuta rilevante ai fini processuali.

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