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Strage di braccianti ad Amendolara, alle vittime inflitta “una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme”. Gip: “Trappola omicidiaria”

Convalidati i due fermi ed emessa ordinanza. Il racconto dell'unico superstite: "Ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”. Per il gip, i braccianti agricoli sono stati “puniti solo per aver avanzato delle pretese retributive e di regolarizzazione contrattuale”.
Strage di braccianti ad Amendolara, alle vittime inflitta “una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme”. Gip: “Trappola omicidiaria”
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Il modo in cui sono stati uccisi i quattro braccianti agricoli ad Amendolara, nella Sibaritide, per il gip Orvieto Matonti è stata una vera e propria “trappola omicidiaria”, ordita dai due indagati pakistani Alì Raza e Ahmed Safeer. È quanto c’è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei loro confronti dal giudice per le indagini preliminari che ha convalidato il fermo disposto dalla Procura di Castrovillari poche ore dopo l’incendio del minivan all’interno del quale, il primo giugno, sono morti carbonizzati tre afgani e un pakistano: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyan, Ismat Ullah Qiemi e Amjad Safi. Un quinto bracciante, Taj Mohammad Alamyar, è riuscito invece a salvarsi scappando dal portellone posteriore mentre il mezzo andava a fuoco. Da qui le accuse di omicidio plurimo e tentato omicidio mosse nei confronti dei due indagati ai quali, condividendo l’impianto accusatorio del procuratore Alessandro D’Alessio, il gip ha contestato anche le aggravanti della premeditazione e dell’aver agito per futili motivi e con crudeltà. Nel capo di imputazione, infatti, si legge che Raza e Safeer hanno “inflitto alle vittime una morte atroce e una lenta agonia tra le fiamme, ostacolando deliberatamente ogni loro disperato tentativo di fuga e aumentando gratuitamente le sofferenze fisiche e morali”.

I magistrati non hanno dubbi: Raza a Safeer “hanno optato per una modalità attuativa del proposito criminoso straordinariamente cruenta, proprio per arrecare tremende sofferenze fisiche ed interiori in uno spazio di tempo apprezzabile tra l’inizio dell’attingimento del corpo delle vittime dalle fiamme e la loro morte”. Secondo il giudice, infatti, “la gravità dei fatti di reato commessi nonché le modalità di commissione degli stessi, evidenziano una personalità incline a delinquere, una estrema pericolosità soggettiva e una spiccata incapacità di autocontrollo degli indagati. Infatti, costoro hanno dato alle fiamme ben cinque persone, uccidendone quattro e tentando di ucciderne una quinta”. Le dodici pagine di ordinanza racchiudono i minuti interminabili in cui i braccianti agricoli si sono trasformati in torce umane. I due arrestati “hanno agito in maniera perfettamente coordinata e senza accordi verbali; hanno previamente individuato lo strumento (benzina, accendino, fuoco), il luogo aperto al pubblico (stazione di servizio) in pieno giorno per non destare sospetti nei trasportati, con cui vi erano delle questioni in sospeso, per poi… dare alle fiamme i soggetti e intrappolarli mortalmente, mantenendo una ferma glaciale risoluzione criminosa per tutto il tempo necessario per vederli consumare dal rogo”. Fondamentale è stato il video registrato dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella piazzola della stazione di servizio. Una strage quasi in diretta e per questo il gip parla di “granitici e convergenti elementi di prova da cui emerge una qualificata probabilità di conferma della colpevolezza degli indagati in sede dibattimentale”.

Una ricostruzione che è stata confermata, tra l’altro, dall’unico superstite, Taj Mohammad Alamyar, che ha riportato diverse ustioni alle braccia. “Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”. Tay collabora subito con gli investigatori della squadra mobile di Cosenza e per il giudice “non si rinvengono elementi che possano minare la sua credibilità”. Il suo racconto è un film dell’orrore ed finito nell’ordinanza di arresto: “Stamattina – ha affermato il superstite – io e questi ragazzi con cui lavoravamo insieme, siamo stati presi da Alì, il conducente del mezzo su cui viaggiavamo. Alì aveva fumato hashish. Il ragazzo a lato passeggero ha preso un coltello e l’ha messo alla gola di uno dei ragazzi che viaggiava con noi. Io mi trovavo seduto dietro. Il conducente era vestito di nero ed è il capo. La persona seduta a lato passeggero era vestita di bianco. Noi lavoratori abbiamo chiesto che doveva farci un contratto lavorativo per noi che siamo arrivati dalla Sardegna”. Prima di salire in macchina con i due carnefici, quindi, le vittime avevano avuto una discussione con il pakistano Alì Raza che alle cinque del mattino aveva addirittura chiamato la polizia. Secondo Taj, l’ha fatto “perché l’altro aveva tirato fuori il coltello” ricevendo in cambio un pugno da “uno dei ragazzi che è morto”. Per questo “aveva il viso un po’ tumefatto. Il litigio è avvenuto di mattina presto. Il motivo di queste discussioni è stato il mancato contratto”.

Quel giorno i braccianti agricoli erano andati comunque a lavoro insieme. La discussione avuta poche ore prima sembrava essere rientrata tanto che tutti e sette sono risaliti insieme sull’auto per rientrare a casa: “Io mi trovavo seduto nel portabagagli. – ha affermato sempre il superstite – Sulla via del ritorno ci siamo fermati alla benzina. Il capo ha spento la macchina, ha chiuso tutti i finestrini ed è sceso. La benzina l’ha cosparsa tutta per terra. Non avevamo litigato un’altra volta. Poi ha cosparso anche il portabagagli di benzina… dopodiché ha dato fuoco alla macchina con un accendino. Io mi trovavo nel bagagliaio. Non ho capito più niente, sono saltato dal portabagagli. Sono uscito fuori dalla benzina mentre stavo andando a fuoco ed un ragazzo albanese che si è fermato, mi ha aiutato. Un altro ragazzo, arabo, che passava da lì si è fermato. Sino ad allora non conoscevo né il ragazzo arabo, né quella albanese. Poi sono andato a casa a Villapiana per medicarmi. E poi quando sono venuti i poliziotti mi hanno portato in ospedale per medicarmi”. Agli investigatori, Taj parla anche del possibile movente: “Avevamo un contratto ma comunque lavoravamo in nero, in quanto il salario ci veniva corrisposto in contanti. Ci trovavamo in una condizione di schiavitù con il capo. In una casa composta da una sola stanza dormivamo dieci persone. Alì ha appiccato il fuoco e poi è scappato, mentre l’altro no, perché teneva la portiera chiusa per non fare uscire i miei amici che erano seduti sul sedile posteriore. I due hanno preparato un piano tra loro. Quando alla macchina hanno dato fuoco, sia Ali che l’altro hanno bloccato le portiere. Ho visto che Ali e l’altro spingevano le porte. Mi sono salvato perché mi sono lanciato dal bagagliaio. Alì e l’altro erano già scappati. Alì e l’altro ci volevano uccidere perché avevamo chiesto i soldi o un contratto lavorativo”.

Nell’ordinanza trova spazio anche la testimonianza di un altro bracciante che non c’entra nulla con la strage ma che è amico dell’arrestato Alì Raza. Poche ore dopo il rogo, passando dall’area di servizio, il testimone si è accorto dell’auto bruciata: “Mentre ero fermo nel traffico, – dice – ho sentito che a seguito di un incendio divampato nel predetto distributore di benzina, erano morti dei soggetti di nazionalità pakistana. Per questo motivo alle ore 16:43, ho deciso di chiamare… Alì per chiedergli se fosse a conoscenza di quanto fosse accaduto ad Amendolara. Alì non ha risposto alla mia chiamata, tuttavia immediatamente dopo mi ha richiamato. Gli ho domandato se sapesse cosa fosse successo ad Amendolara (CS) e se conosce i pakistani morti. Alì mi ha risposto che la macchina bruciata era la sua, che lo stesso aveva messo fuoco alla sua macchina per ammazzare le persone al suo interno. A quel punto, ho domandato ad Alì perché lo avesse fatto. Mi ha spiegato di averli uccisi perché, la mattina stessa, le vittime avevano avuto una discussione con suo fratello e un suo amico, arrivando ad aggredirli fisicamente. Io gli ho risposto che ha sbagliato, e subito dopo, Alì ha chiuso la telefonata”.

Per il gip, anche questa testimonianza “si salda con i precedenti elementi di prova”. I braccianti agricoli sono stati “puniti in un modo così brutale ed atroce solo per aver avanzato delle pretese retributive e di regolarizzazione contrattuale”. E “anche ove si ritenesse – si legge nell’ordinanza – che il motivo fosse da riferirsi alla colluttazione avuta tra Ahmed Safeer ed una delle vittime, esso sarebbe da considerarsi del tutto sproporzionato rispetto al reato commesso e si atteggerebbe quale mera occasione per dare sfogo a un tremendo impulso criminale di entrambi”. Oltre al pericolo di fuga, secondo il gip, esiste anche un rischio di recidiva. I due pakistani arrestati, infatti, “in nessuna fase del procedimento, hanno mostrato in alcun modo segni di pentimento o di resipiscenza. Si può ragionevolmente pronosticare che, in situazioni simili, gli indagati potrebbero ricorrere, senza alcuna remora e per futili motivi, a commettere reati della stessa indole”.

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