“Sono qui nel mio atelier che dipingo. Stavo per aprire un barattolo di colore blu, il mio preferito. Allora lo tengo chiuso”. Le due vite di Ferruccio Gard. Uno dei “magnifici sette” di Paolo Valenti, in collegamento da Verona o Vicenza per 90esimo minuto, è prima di tutto un pittore di fama internazionale. A pochi mesi dall’80esimo compleanno ha messo in archivio sette Biennale di Venezia, una di architettura, una Quadriennale di Roma, 170 mostre personali in mezzo mondo. Gard è tra i massimi esponenti di arte cinetica e programmata, e sta perfino cercando da tempo di creare un colore nuovo. “Ci sto lavorando da anni – spiega a Kitikaka – I fisici dicono sia impossibile inventarne uno nuovo. Io ci sto provando. E anche se non ci riuscissi, penso di essere vicino a creare un colore, un giallo o un blu, con tonalità così totalmente diverse rispetto a quelle conosciute che in pratica diventerà un colore nuovo”.

Il demone della pittura e quello del giornalismo hanno convissuto per decenni…
Sono nati insieme. Alle elementari mi piaceva già dipingere con gli acquerelli ma avevo anche il pallino del giornalismo. In quinta comprai un bel quaderno e battezzato il giornale di classe mi autonominai direttore. Costringevo i compagni a scrivere articoli sui fatti i cronaca che accadevano in Italia e nel mondo.

La prima esposizione è del 1969…
Quest’anno faccio i cinquant’anni di pittura. Ho festeggiato con una grande mostra a Bogotà da oltre 5mila visitatori. La passione iniziò a Torino mentre seguivo un po’ di università. Affittai una mansarda in un severo palazzo barocco del centro storico, all’epoca si pagava seimila lire di affitto e mi misi a dipingere. In Rai invece entrai nel luglio 1962, ma prima ero stato al settimanale Il nostro tempo, a Quotidiano Italia, ma soprattutto al Guerin sportivo e vice corrispondente da Torino per Lo Stadio di Bologna. Ho scritto di cronaca nera e politica. Il mio primo presidente della repubblica è stato Saragat.

Nel 1970 nasce invece 90esimo minuto…
Ed io feci parte dei “magnifici sette”. C’erano i compianti Luigi Necco da Napoli, Tonino Carino da Ascoli, Marcello Giannini da Firenze, Giorgio Bubba da Genova. Siamo rimasti in tre: Cesare Castellotti da Torino, Gianni Vasino da Milano, e io che seguivo il Vicenza di Paolo Rossi e il Verona, soprattutto quello dello scudetto dell’84-85. Nel 1976 nacque la terza rete Rai dove vollero privilegiare la territorialità. Quindi chi lavorava in Veneto doveva seguire le squadre venete. In precedenza ero un inviato di 90esimo: a Roma, a Torino, a Milano, ma anche a Udine.

Mentre componevi i servizi da mandare in onda ti stavi accorgendo di fare la storia della tv?
Capii dell’immensa popolarità che avevo raggiunto quando per strada si fermava chiunque per un autografo. Allora non si usavano i selfie. Entravi al ristorante, di qualsiasi città d’Italia, e ti correvano incontro. Capimmo che eravamo diventati dei divi, ma che saremmo entrati nella storia lo capimmo dopo. Tra 100 anni ci sarà ancora un giornalista che dirà: facciamo un articolo su 90esimo.

Era il primo programma dove gli italiani scoprivano se avevano vinto al Totocalcio…
Era visto da 20 milione di persone, fummo anche i primi a far vedere i gol in tv. A quei tempi si fermava l’Italia: dall’usciere di banca ai ministri. C’erano alcuni ministri che mi dicevano sottovoce: ‘Ah Ferruccio quella battuta sulla Juventus o sull’Inter era meglio di no’.

Un Ferruccio Gard eufemisticamente ferocissimo…
C’un grosso rammarico per me: la stampa italiana non mi ha mai riconosciuto questo merito. Ho introdotto io le battute ironiche per concludere i collegamenti. C’era sempre una battuta spiritosa alla fine, talvolta pesante. Lo facevo per smitizzare il sacro mondo del calcio. Per ricordare tifosi che era solo uno sport e non c’era bisogno di menarsi. Fu La Gialappa’s band con Mai dire gol a dirmi che si erano ispirati a me.

Nome e cognome: Paolo Valenti.
È stato uno dei grandi signori del giornalismo e del calcio, come ce ne sono pochi oramai. Fu lui a volermi. Avevo cominciato quasi per caso. Gli piacqui, chiese al caporedattore: “Posso avere Ferruccio tutte le domeniche? Io da persona corretta risposi che ero lusingato ma che prima di me c’era un collega molto bravo: Paolo Arcella. Ma siccome a quei tempi bisognava andare a seguire la partita da Milano perché non c’erano antenne al Bentegodi per poter andare in diretta, Arcella rifiutò. Mi si spalancò una porta.

Quando si è accorto che 90esimo non era più di moda?
È successo questo: i colleghi della redazione sportiva di Roma speravano chiaramente di farlo loro, 90esimo. Sostenevano che ad occuparsi di calcio dovevano essere solo giornalisti di sport a tempo pieno della redazione di Roma. Io, ad esempio, seguivo la politica, l’arte, realizzavo documentari. Valenti ha resistito fino all’ultimo, ma morto lui siamo stati spazzati via.

Vi accusavano di fare del teatrino…
Va bene, ma eravamo molto amati. Conquistammo anche un largo pubblico di donne. Molte seguivano Domenica in e poi proseguivano con 90esimo. Abbiamo avvicinato al calcio milioni di donne.

Ferruccio Gard e il grande ritorno.
Nonostante la pensione, negli ultimi due campionati mi hanno fatto fare l’inviato a Quelli che il calcio per l’Hellas Verona e per il Chievo. Quest’anno ancora il Verona non ha giocato alle 15, chissà se mi richiamano ancora?.

Rispetto agli anni 70/80 siamo all’overdose di calcio: frammentato e spalmato su 4 giorni alla settimana …
Avrò sentito dire da centinaia di persone che era molto più bello una volta quando le partite erano tutte alle quindici della domenica. Al massimo chi non andava allo stadio faceva una passeggiata con la radiolina. Però bisogna riconoscere che oramai comanda la televisione. Quello che accade è indisponente ma inevitabile. Piovono troppi milioni nelle casse dei club e della federazione.

Gard tifoso: gialloblu veronese o che altro?
I due più bei complimenti ricevuti in carriera vennero da persone competenti di calcio che mi hanno confessato: non abbiamo mai capito per quale squadra facessi il tifo. Milioni di italiani pensavano che tifassi per il Verona, ad esempio. Ma la stessa cosa capitò per la politica: ho intervistato tutti da Berlinguer a Berlusconi, ma molti mi hanno sempre detto che non s è mai capito da che parte stessi. Tifo comunque per il Verone e mi sta simpatico il Chievo. E poi ovviamente c’è il Torino. Una volta non potevo dirlo, rischiavo le botte negli stadi. Ma adesso si può dire. E dico Torino perché mi sono commosso, come tutti gli italiani, per la tragedia di Superga. Era la squadra più grande del mondo.

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