Circa 10 anni fa, quando i sacchetti di “mater bi” erano ancora una novità, mi era venuto in mente di verificare se erano veramente biodegradabili come si diceva. Così, avevo fatto qualche prova nel mio compostatore domestico. I risultati erano stati pessimi: il sacchetto non compostava quasi per niente.

Questo mio vecchio esperimento è stato ripetuto recentemente in Inghilterra in condizioni simili e con gli stessi risultati. Il biologo Richard Thompson aveva seppellito un certo numero di sacchetti biodegradabili in giardino e, dopo tre anni, ha trovato che non solo non erano compostati, ma che potevano ancora essere utilizzati per fare la spesa.

La somiglianza dei due esperimenti si è vista anche nei commenti dei fabbricanti che hanno contattato sia me (all’epoca) sia Thompson (oggi) dicendo più o meno le stesse cose: i loro sacchetti non sono pensati per il compostatore domestico o per compostare in un ambiente naturale. Sono pensati per compostatori industriali, di quelli in dotazione alle aziende municipalizzate dove si raggiungono temperature di oltre 50 gradi.

Bene. I fabbricanti hanno certamente ragione, ma non è che questa cosa sia nota a tutti. Nessuno ha detto chiaramente al pubblico che non si può e non si deve buttare i sacchetti ove capita, sperando che spariscano da soli. Comunque, i sacchetti sono un problema minore rispetto a quello che sta succedendo oggi. L’espansione della domanda per prodotti più “green” in forma di bioplastiche ha generato la comparsa sul mercato di un gran numero di prodotti diversi etichettati come “biodegradabili” o “compostabili”, in molti casi con la scritta esplicita che possono essere smaltiti direttamente nel contenitore dell’organico.

Ma non è così. La compostabilità dipende non solo dalla composizione, ma anche dalle dimensioni. I sacchetti del supermercato sono molto fini e, bene o male, compostano insieme all’organico negli impianti industriali. Ma oggetti più spessi, bottiglie, forchette, coltelli, piatti, eccetera richiedono tempi di compostaggio molto lunghi anche negli impianti industriali. Per questo, le aziende che compostano i rifiuti hanno dovuto raccomandare di buttare i prodotti “usa e getta” nei rifiuti indifferenziati, da dove poi finiranno in discarica o all’inceneritore. Ed è per questo che la Commissione europea (dove apparentemente dispongono ancora di un certo grado di sanità mentale) ha detto che non è questione di bioplastica o no: la plastica “usa e getta” non si deve usare. Punto e basta.

Ma questo non è per niente chiaro in Italia. Pochi giorni fa, il proprietario di un negozio di erboristeria ha chiesto la mia opinione su una bottiglia di shampoo che vendeva. Sulla confezione, c’era un logo con una foglia stilizzata e sopra scritto “biodegradabile.” Mi ha chiesto, ma cosa devo dire ai miei clienti? Lo possono smaltire nei bidoni della differenziata? L’unica risposta che ho potuto dare è stata “meglio dirgli di buttarlo nell’indifferenziato.” Un’etichetta del genere non dà nessuna indicazione sulla composizione della bottiglia né dei tempi e delle condizioni necessarie per compostarla e non è probabile che composterebbe neanche in condizioni di compostaggio industriale.

Insomma, una buona illustrazione del vecchio concetto che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Con l’idea di fare una cosa buona, eliminare la plastica “usa e getta,” siamo riusciti a generare un’incredibile confusione senza ottenere nessun miglioramento. Ora, questa cosa è un discreto disastro per tante ragioni. Una è che abbiamo chiesto ai cittadini di fare un grosso sforzo per differenziare i rifiuti domestici e i cittadini hanno risposto facendolo. Ma se li imbrogliamo in questo modo, fino a quando daranno retta a chi gli parla di differenziare, riciclare, eccetera?

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