Immaginate Charlize Theron che si innamora all’improvviso di un comune mortale, un po’ tedioso, con la pancetta e una freccia che lo sovrasta sul cranio indicando “sfigato”. Si abbandona a lui, lo bacia appassionatamente ed insaziabile fa l’amore con lui ovunque. Non succede, ma se succede (in originale Long shot – un tentativo che ha una minima possibilità di realizzarsi), materializza questo sogno proibitissimo in una rom-com paradossale, a tratti irreale e teneramente demenziale.

Il comune mortale è Fred Flarsky (Seth Rogen), quello che negli Stati Uniti verrebbe definito uno “schlub”, un tizio goffo, trasandato, piuttosto impresentabile. Giacca della tuta modello k-way dai colori improbabili, cappellino in testa, pantaloni vagamente hypster, Fred, di origine ebrea, è comunque un bizzarro giornalista di una piccola testata, uno dai saldi valori democratici (nell’incipit del film sta “sgominando” una gang di nazisti) e dallo spirito libero appena licenziato per via del classico magnate alla Murdoch che ha acquistato la testata per cui lavora snaturandola. Charlotte Field (Theron) è invece nientemeno che l’influente Segretario di Stato degli Stati Uniti: intelligente, sofisticata, progressista e affascinantissima, una vagheggiata relazione con l’aitante premier canadese (Alexander Skarsgard), ma soprattutto in rampa di lancio per la Casa Bianca perché il presidente (Bob Odenkirk) anela il ritorno sui set per fare l’attore saltando dalle serie tv che interpretava anni prima al cinema.

Ad una serata di beneficenza vip in cui cantano i Boyz n the hood – Fred ci è entrato di straforo, Charlotte è l’ospite più in vista – i due incrociano per caso gli sguardi e poco dopo una guardia del corpo del Segretario di Stato invita Fred ad incontrare la donna.

Charlotte e Fred si conoscono da tempo perché l’adolescente paffuto e già petulante aveva avuto la sua prima cotta per la sua baby sitter, già bellissima ed impegnata politicamente a scuola. E c’era pure stato una specie di primo bacio. Inutile dire che scocca nuovamente una scintilla apparentemente improbabile. Lei ne apprezza il senso dell’umorismo e lo vuole come ghostwriter nel suo team per imbellire gli speech delle future presidenziali. Lui accetta stravolto e senza mai cambiarsi d’abito finendo in poche ore tra aerei di stato e incontri ufficiali tra ministri mondiali. Poi scoppia l’amore trascinante, comico, travolgente. Fred e Charlotte affrontano le continue trasferte di lei come una prolungata luna di miele tra Argentina, Spagna, e Scandinavia, al ritmo di brani pop un po’ kitsch degli anni ’90 come corteggiamento, finendo per fare sesso dappertutto, perfino sotto gli attacchi terroristici nelle Filippine, oppure a calarsi pasticche in discoteca risolvendo contemporaneamente al telefono, in pieno effetto acidi una crisi di stato.

Non succede ma se succede è un film amabilmente bizzarro: piuttosto lunghetto (più di due ore che però passano senza accorgersene), con un parecchio sesso dalle performance dolcemente ridicole (la “prima volta” dei due dura quei dieci secondi con tanto di annuncio d’inizio e di fine); battibecchi tra caratteristi e protagonisti; un tocco di spirito politico del tempo (ambientalismo frenato dalla realpolitik) e un’atmosfera sorniona, romantica, un po’ come sollevata dal terreno della realtà nonostante la politica estera da gestire rimbombi di echi della cronaca recente.

Rogen lo conosciamo bene per la sua comicità vagamente demenziale ma comunque mai idiota, anche in coppia finto gay con James Franco (Interview, ad esempio). Un attore capace di far ridere, oltre che nell’asfissiante raffica di battute, usando il proprio corpo burroso e ballonzolante in modo spesso violento e comico (cade velocemente da una finestra o rotola giù da una lunga scalinata) senza mai farsi realmente male un po’ come nei cartoon. Questa sua scarsa compostezza, questo suo essere fuori posto, rende eccezionale l’alchimia di coppia con l’attrice premio Oscar regale e delicata, austera nel ruolo governativo, ma con un cuore pulsante fatto di divertimento e spensieratezza adolescenziale. È lei la vera, sempre grande sorpresa dei film meno blockbuster che interpreta (Young adult, Tully), capace di rendere raggiungibile e toccabile l’aura della celebrità (non a caso nel film è uno dei più potenti politici al mondo che fa il paio con l’identità reale di una delle attrici più sexy al mondo). Jonathan Levine (50 e 50) accelera e decelera a piacimento le leve dell’ironia senza mai far ingolfare il motore e senza invadere troppo con gag visive spesso surreali e demenziali. Long shot è uscito negli Usa nel marzo scorso e ha portato a casa 53 milioni di dollari che è un incasso discreto per una commedia piuttosto sofisticata.

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