Le strategie e le dichiarazioni di Matteo Renzi che, nelle ultime settimane, hanno messo nel mirino l’esecutivo continuano a creare tensioni nella maggioranza di governo. Prima lo scontro su Iva e cuneo fiscale, con la richiesta di maggior collaborazione da parte del presidente del Consiglio sul rilancio del Paese e la risposta di quest’ultimo che arriva a mettere in discussione la collaborazione tra le forze all’esecutivo. Poi, domenica, il leader di Italia Viva tira in ballo Giuseppe Conte anche sulla vicenda che ha visto entrambi citati nelle rivelazioni giornalistiche sul Russiagate. Lo fa in un’intervista a La Stampa in cui, prima, chiede al premier di non alimentare polemiche, ma di lavorare su dossier come “Alitalia, Trieste o i servizi segreti” e poi si augura che Conte lasci la delega ai servizi e riferisca al Copasir “chiarendo ogni dubbio” riguardo alla presunta autorizzazione ai contatti tra l’intelligence italiana e membri dell’amministrazione americana per indagare sullo scandalo delle mail di Hillary Clinton. Parole che non sono piaciute al vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, che lo accusa di mettere a rischio la tenuta democratica del Paese: “Non è che se un ultimatum lo lanci dal Papeete è peggio che se lo lanci dalla Leopolda. Gli ultimatum non vanno lanciati“.

Le domande riguardanti i servizi segreti italiani partono da un’altra dichiarazione, quella del consigliere del comitato elettorale per l’elezione del presidente Donald Trump, George Papadopoulos, che ha accusato il leader di Italia Viva, quando era presidente del Consiglio, di aver complottato insieme a Obama per cercare di impedire l’elezione del tycoon: “Ho letto le sue gesta (di Papadopoulos, ndr) sui media e sui social – ha risposto Renzi – Nella valanga di fake news che mi hanno rovesciato addosso mancava solo il complotto internazionale insieme a Obama. Lei immagini la scena, Obama che mi chiede di fare un complotto sulle elezioni americane. Non sembra neanche una spy-story, sembra una farsa“.

Renzi nega di essere a conoscenza di eventuali legami tra l’università Link Campus e i servizi e di aver mai conosciuto Joseph Mifsud, il docente dell’ateneo che ha fatto perdere le sue tracce nel 2018, dopo aver chiesto protezione alla polizia italiana in seguito alla sua soffiata proprio a Papadopoulos riguardante le mail “imbarazzanti” della Clinton. Poi la conversazione si sposta sul ruolo che, secondo indiscrezioni giornalistiche, proprio Conte avrebbe svolto nella ricerca di Mifsud da parte di Washington. Dopo la nomina di Enrico Borghi come membro del Copasir, in sostituzione del neoministro, Lorenzo Guerini, è stato annunciato che Conte riferirà davanti al Comitato che si occupa di vigilare sull’operato dei servizi: “La sede opportuna per approfondire tutto ciò che è accaduto è il Copasir – continua Renzi – e non ho dubbi che il presidente del Consiglio riferirà chiarendo ogni dubbio”. Durante l’intervista, Renzi si augura poi che Conte metta fine “alla strana anomalia che vede da anni i servizi dipendere solo dal premier” nominando una “Autorità Delegata”.

Parole che, però, hanno provocato la reazione di Orlando che si scaglia contro l’atteggiamento tenuto dal capo politico di Italia Viva nelle ultime settimane: “Noi non vogliamo fare quattro campagne elettorali parallele da qui a quando si voterà, noi vogliamo cambiare l’Italia – ha dichiarato il vicesegretario Dem – E per cambiare l’Italia non si fanno ultimatum, non si fanno interviste a distanza, non si dice devi fare questo altrimenti… altrimenti cosa? Non è che se un ultimatum, prescindendo dal contenuto, lo lanci dal Papeete è peggio che se lo lanci dalla Leopolda, gli ultimatum non vanno lanciati. Perché se no si sfascia tutto. E qui in gioco non c’è solo un’esprienza di governo, qui in gioco c’è la tenuta della democrazia liberale in questo Paese. E chi mette in discussione, giocando con il fuoco, questa esperienza di governo, mette in conto di esporre il nostro Paese a un’involuzione di carattere democratico“.

Renzi, intervistato a Mezz’ora in più, su Rai3, ha poi risposto alle parole dell’ex compagno di partito dicendo di trovarlo “un po’ agitato” nel paragone tra Leopolda e Papeete: “Per avere un termine di paragone, Orlando deve conoscere almeno uno dei due posti. Visto che alla Leopolda non si è mai visto, spero che almeno abbia frequentato qualche volta il Papeete”. Orlando passa poi a chiedersi se “qualcuno ha altri disegni” rispetto all’attuale esecutivo e torna sulla discussione sull’aumento dell’Iva attaccando Italia Viva: “Io non so che cosa abbiano fatto di male i lavoratori dipendenti italiani agli esponenti di Italia viva. Traumi infantili, un operaio che ti ha schiacciato un piede quando eri piccolo. Ma la pervicacia con la quale si insiste nell’eliminare una misura, giustamente non ancora all’altezza delle aspettative, ma che comunque dà un segnale, è veramente sospetta ed incredibile”. Un’accusa che Renzi respinge: “Non è vero. Se il governo l’ho voluto fare un mese fa, non posso destabilizzarlo oggi, sarebbe schizofrenia“.

“In questo Paese ci sono un milione di lavoratori che sono sotto la soglia di povertà – continua il vicesegretario del Pd – Che cosa deve fare la sinistra prima di fare questo? Non c’è più niente di più urgente di questo. Lo dico agli amici che sono al governo, meno timidezza: non bisogna aumentare la pressione fiscale, ma rivedere la pressione fiscale ripartita in questo Paese è giusto, perché ci sono persone che pagano troppo rispetto alla loro condizione. Le diseguaglianze sono la benzina che fa andare avanti il motore sovranista“.

L’ex premier Pd torna quindi sulla questione dell’aumento dell’Iva e dice di voler “lanciare un ramoscello d’ulivo” ai compagni d’esecutivo: “A me pare che l’unica condizione non negoziabile sia di non aumentare le tasse. Ma se la rimodulazione dell’Iva fosse a costo zero se ne può discutere. Se c’è questo ragioniamo delle varie opzioni”. E aggiunge: “Se il Pd insiste per fare prima la riduzione del cuneo fiscale e poi Family act e altro, per noi va bene, in nome del quieto vivere. Per noi è poco, ma va bene, se il M5s, Leu e il presidente del Consiglio sono d’accordo”.

Gli ex renziani rimasti nel Pd intervengono nel dibattito tra Renzi e Orlando prendendo però le difese del fondatore di Italia Viva: “Io quest’anno alla Leopolda non andrò – ha dichiarato il senatore Dario Parrini – perché sarà il luogo di fondazione di un partito diverso dal mio e la cui nascita ho giudicato un grave errore. Ma ci sono stato sempre negli anni scorsi. E vorrei dire ad Andrea Orlando che il paragone col Papeete non ha alcun fondamento. Cerchiamo di ricordarci tutti che il nostro avversario non è Renzi. I nostri avversari sono Salvini e la Meloni“.

Gli fa eco la sottosegretaria Simona Malpezzi: “La Leopolda non è il Papeete (con tutto il rispetto per chi ci va in vacanza). La Leopolda è sempre stata luogo di elaborazione politica aperta. E se quest’anno non ci andrò è perché ora è convention di un nuovo partito che non è il mio. Dico solamente al vicesegretario Orlando che anche quella storia va rispettata. Insieme al pluralismo del Pd che io continuo a difendere strenuamente. E di cui lui dovrebbe farsi garante”.

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