Continuano a crescere i detenuti ristretti nelle carceri italiane, arrivati a 60.881, per un tasso ufficiale di affollamento pari al 120% che aumenta di vari punti se consideriamo i molti posti letto inutilizzabili. Erano in numero paragonabile nei primi mesi del 2009, e ben sappiamo che il 13 gennaio dell’anno successivo il governo dovette decretare lo “stato di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento degli istituti penitenziari presenti sul territorio nazionale”.

Un sistema costoso, sicuramente in termini sociali ma anche in termini strettamente economici. Sono di quasi 2,9 miliardi di euro i fondi destinati all’Amministrazione Penitenziaria nel 2019. Ciascun detenuto costa ogni giorno circa 130 euro, una cifra pro-capite che oscilla con l’affollamento e che dunque tende oggi a diminuire. La maggior parte dei costi, il 76,47% del totale, riguarda il personale, e in particolare quello di polizia penitenziaria (ben 68,03%). Solo il 10% è destinato a misure di accoglienza e reinserimento sociale, tra le quali si contano le spese per il vitto, per l’istruzione, per retribuire i detenuti che lavorano.

Ma l’esecuzione penale non si ferma qui. Accanto al mondo del carcere ne esiste un altro, poco meno numeroso ma tanto meno conosciuto (il che è tutto dire, vista la poca attenzione pubblica che viene dedicata anche al mondo delle galere). Sto parlando del mondo dell’esecuzione penale esterna, quelle misure alternative alla detenzione che tanto sono state avversate negli ultimi tempi poiché confuse con una quasi totale libertà che avrebbe minato il principio della certezza della pena. Esse costano notevolmente meno del carcere (273 milioni di euro per il 2019) e hanno dimostrato di essere assai più efficaci in termini di abbattimento della recidiva.

Alla fine del 2018 erano quasi 55mila i condannati in misura alternativa. Nel sistema italiano il carcere è la pena principale che i giudici possono comminare. Non è possibile venir condannati in sentenza alla detenzione domiciliare o alla semilibertà. Una volta avuta la condanna, tuttavia, se ci si comporta bene e se si rientra in alcuni parametri stabiliti dalla legge, il magistrato di sorveglianza può convertire parte della reclusione in una pena diversa, che consenta al condannato di affacciarsi con gradualità a quel contesto sociale nel quale andrebbe reinserito.

Le principali misure alternative alla detenzione sono: l’affidamento in prova al servizio sociale, con rigidi programmi da seguire all’esterno del carcere e un controllo costante da parte degli assistenti sociali e del magistrato; la semilibertà, con la possibilità di uscire durante il giorno dall’istituto per recarsi al lavoro e tornare la sera a dormire in cella; la detenzione domiciliare, chiusi a casa senza fare nulla se non attendere i controlli della polizia. Nessuna di queste è una non-pena. Tutte hanno il loro carico di afflittività. La misura alternativa, seppur meno insensata dell’ozio carcerario, è sorvegliatissima e modulata entro percorsi estremamente stretti. Il condannato non ha alcuna libertà di fare quel che vuole, ma deve attenersi rigidamente alle disposizioni del magistrato.

Se le prime due misure, tuttavia, hanno una valenza socializzante, necessitando di una presa in carico da parte dell’istituzione, la detenzione domiciliare è la più semplice da attuare (vai a casa tua e restaci) ma anche la più vuota di contenuti rilevanti. Per tanti anni in Italia il numero delle persone in misura alternativa è cresciuto assieme a quello dei detenuti. Semplicemente, c’erano più persone sotto controllo penale. Solo dal 2010, sotto la spinta dell’emergenza, le misure alternative hanno cominciato a essere usate come strumento di svuotamento del sistema penitenziario. Finalmente sono andate crescendo mentre la popolazione carceraria diminuiva. È proprio in quell’anno che si introdusse la possibilità di scontare a casa l’ultimo anno di detenzione, elevato poi all’ultimo anno e mezzo.

Su quale misura si è fatto dunque affidamento per far fronte all’emergenza? Su quella meno protesa verso la reintegrazione sociale, su quella più vuota, su quella più inutile. Peccato.

La quotidianità della detenzione domiciliare può essere soffocante. Se la dimensione affettiva può essere ben tutelata, tutto il resto però manca. Niente scuola, niente lavoro, niente attività ricreative e culturali, niente campo sportivo, persone con cui parlare, palestra, biblioteca. I parenti hanno una vita proiettata all’esterno della casa e la mancanza di stimoli è totale. Alla fine del 2018, erano quasi 15mila le persone che scontavano la pena dentro le proprie quattro mura o in altra dimora considerata adatta dal giudice. A queste vanno aggiunte coloro che dentro quelle mura sono in attesa di sapere se e come sconteranno una pena.

Infatti, così come in carcere ci sono persone condannate e persone in custodia cautelare, allo stesso modo c’è chi sta scontando la detenzione domiciliare e chi si trova invece agli arresti domiciliari, che sono tutt’altro e costituiscono una misura cautelare applicata prima della sentenza. Da presunti innocenti, si vive prigionieri della propria casa. L’attesa diventa l’intero mondo, come bene ha raccontato Andrea Salonia nel suo recente romanzo Domani, chiameranno domani. Il protagonista, in passato direttore generale di una grande acciaieria, si trova ai domiciliari, accusato di aver provocato consapevolmente danni all’ambiente con la propria fabbrica. Nello spazio della casa allinea le ore, i minuti. Giorno dopo giorno spera che qualcuno gli chieda di ascoltare la sua versione dei fatti. Ma oggi, si scopre a sera, non è mai domani.

Ci è capitato di ricevere, presso l’ufficio di Antigone, telefonate di persone agli arresti domiciliari che ci chiedevano aiuto. Qualcuno aveva un impiego che rischiava di perdere per la prolungata assenza (che senso ha sradicare una persona dal contesto sociale, per poi dover impiegare energie e risorse nel suo reinserimento?). Qualcun altro non voleva raccontare al datore di lavoro il proprio incidente con la giustizia, che avrebbe potuto risolversi in un’assoluzione. Qualcun altro ancora non aveva nessuno che potesse aiutarlo, fargli la spesa, assisterlo.

Piccoli reati, vite difficili, dove una misura di welfare potrebbe garantire la sicurezza ben più che una misura cautelare. È lì che bisognerebbe investire. E, una volta dentro il sistema penale, bisognerebbe puntare su quelle alternative alla detenzione che non ripropongano quest’ultima nel chiuso di una civile abitazione. Le autentiche misure alternative sono uno strumento più efficace ed economico del carcere. E non coincidono minimamente con l’impunità.

Questo messaggio dovrebbe essere lanciato con forza dalla politica. Il governo dovrebbe perseguire la strada di una decarcerizzazione utile tanto alla sicurezza quanto alle tasche dei cittadini. Di più: andrebbero inserite nel codice penale delle vere e proprie pene alternative alla reclusione che i giudici dovrebbero avere a disposizione già al momento della sentenza, così da togliere al carcere quella centralità che gli abbiamo regalato. A un carcere sempre più costoso, sempre più ingiusto, sempre più inutile.

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